Il Patto, di Vera Q.

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Cari, care,
finalmente Il Patto è online!
A voi il link, e nel caso, buona lettura.

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Vera Q.

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Mendicanti d’Autunno

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I libri si aprono come le porte, ma non è mai ben chiaro chi sia dei due ad entrare.

 

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L.

Nemico

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Quando mio nonno doveva allontanarsi dalla campagna per la notte, andava da mia madre, poco più che ragazzina, e le consegnava il fucile. Al posto di una delicata ghirlanda di fiori, la incoronava con una immensa cartucciera alla Clint Eastwood che le pendeva lungo il corpo. Nelle tasche doveva sempre esserci un coltellino a scatto con la lama seghettata, utile nel caso in cui le cartucce si fossero incastrate nella canna dopo la detonazione.

Dodici anni nel segno di Sarah Connor.

Le regole di ingaggio erano abbastanza semplici:
Tieni sempre spenta la luce. Se senti che rubano gli animali, non fare niente. Ma se qualcuno tocca la porta, spara. Poi aspetta un secondo e spara ancora. Dopodiché ricarica, apri la porta, e spara in tutte le direzioni. Anche se non vedi nessuno, spara.

Era la fine degli anni ’50, e la guerra aveva insegnato in modo indelebile a mio nonno cosa fosse “il nemico”. Quella era la sua lezione sul mondo.

 
Vivere nell’ideologia del nemico ti libera dalle incombenze della ragione, o delle ragioni. Quando hai un nemico, non ti sporcherai mai gli stivali nella zona grigia in cui la tua giustizia diventa un torto, o un interesse si rivela per un sopruso, o la fame per cannibalismo.
Avere un nemico ti libera da ogni responsabilità, poiché solo una cosa ha importanza: abbattere il nemico. La sua morte, la mia vita.
Il nemico è idealizzato tanto quanto l’amore.
É semplice, è primitivo, è un modo di intendere l’Umanità.

La mia lezione sul mondo è diversa, naturalmente. Ma tanti sono ancora lì, convinti di aver combattuto una guerra, convinti di proteggere una fattoria che non esiste, pronti a sparare al primo tocco della porta, e poi sparare ancora, per poi uscire e dopo aver visto che non c’è nessuno,
sparare
sparare
sparare

L.

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Resistenza

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Parlo poco.
In genere con gli sconosciuti non ho argomenti. E se li ho, mi piace lasciarli nella terra umida a concimare il silenzio.
Della socialità possiedo una conoscenza rudimentale: ogni uso mi sembra un abuso, sempre.
Dei miei vicini non so nulla, nemmeno i nomi. La mia casa vista da fuori sembra disabitata, disabitata da me, e questo mi rende fiero.
Ma in occasioni particolari come questa capita di scambiarsi qualche parola tra vicini: l’Uomo nero cammina tra le vie!
Un meticoloso contabile che si aggrappa di casa in casa in cerca di una breccia per entrarvi.
Osserva, memorizza, assale con la prepotente forza della sua organizzazione gli sventurati che si lasciano avvicinare.
Andati, perduti, sconfitti per sempre.

Qualcuno prova a stilare una mappa abborracciata dei suoi spostamenti, illusi.
Quando sento dei passi spezzare i fili d’erba sull’acciottolato del cortile capisco che è il mio turno.

Suonano, ma il campanello è staccato. Le luci spente. Qualcuno bussa, ma non ci sono nomi, non sa chi chiamare. Insiste.
– Sono venuto a benedire la casa… – Grida.
Io non respiro, non mi muovo, non penso… io non esisto.
Non mi avrai, prete… non mi avrai mai.

L.

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La pertinenza del sogno

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La via sulla quale guarda la casa dei miei genitori è un sottile confine nero di asfalto che divide idealmente i ricchi dai diversamente tali. Sulla sponda dove dorme la mia vecchia casa ci sono i cortili, le casette in sasso con i tetti masticati dal tempo, gli appartamenti affollati, i camini incipriati di nero; mentre dall’altra parte, affacciate sulla valle e sulle Alpi, risplendono le ville, i giardini immensi, le decorazioni liberty, la decadenza che fiorisce dall’abbondanza.

Una di queste ville è stata costruita durante il boom economico su di un terreno venduto dalla mia famiglia. Il proprietario fece edificare una casa molto grande (ma poco elegante) con un giardino in stile italiano. Al suo interno, oltre le piante, le colonne e gli archi, vi era un soprannumero di statue.

Il proprietario si suicidò intorno agli anni ’80.

Quello che seguì fu un lento declino. Il graduale e corrosivo lascito della morte. Un seme nero, che con la complicità del tempo ramificò le sue radici nella superficie per farne nutrimento per la tomba.
L’incuria è il giardiniere della polvere.

Molti anni dopo, quando la villa fu venduta e ristrutturata, delle statue non restavano che denti cariati. Qualcuno pensò bene di farle a pezzi e usarne i volti come elementi decorativi della casa. Un abbellimento, diciamo. Anche se l’effetto è piuttosto sinistro. Come di persone fuse nell’abitazione. Spettri intrappolati nel cemento.

La statua, o meglio, le statue, che più ricordo di quando ero bambino, sono loro. Due sorelle in terracotta. Avevano gli occhi chiusi e si tenevano per mano. Erano posizionate sotto una pianta dai rami cascanti, che le accarezzava al primo vociare del vento.
Ora non possono più tenersi per mano, ma dopo trent’anni sono ancora lì che stanno sognando.
Oramai è una cosa che fanno in pochi, sognare. Una pertinenza di alcuni bambini e delle statue.

Il mondo fa così:
promette sogni,
somministra sonno.

L.

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L’inganno della luce

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Le falene sono attratte dalla luce.

Quando ero piccolo me lo ripetevano spesso. Nelle serate estive sentivo tamburellare sui vetri delle finestre una moltitudine di fiocchi di neve grigi e bianchi. Falene.
Era come se la notte allungasse una mano per testare delicatamente con le sue dita il calore del vetro, il fuco della luce.

Era un tocco leggero, ciclico. Lo sciabordio di piccole onde del mare che si frantumano sul bagnasciuga.

Qualche insetto restava aggrappato alla solida trasparenza della finestra per scandagliare l’interno della stanza con imperscrutabili bilie nere. Il tutto durava qualche minuto appena, il tempo di un caffè, di uno scambio di battute. Dopodiché l’oscurità li risucchiava per risputarne altri.

Dopo un po’ che me ne stavo lì a fantasticare su quello spettacolo, di solito mi si avvicinava mio padre, e diceva “Le falene sono attratte dalla luce”.

Così, nel mio immaginario, ad ogni alba vi erano legioni di quelle creature che come tanti Icaro kamikaze volavano verso la luce più grande, più calda e più potente di tutte: il sole.
Milioni di puntini grigi che bucavano il cielo, lasciandosi l’orizzonte alle spalle, decisi a bruciare come fiammiferi guidati da una gravità ossessiva, da un imperativo scritto dalle mani di Dio con l’inchiostro della natura, raggiungere
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce.

Va da sé che non è così che succede ad ogni alba. Le falene non cercano di sfondare l’atmosfera per ricongiungersi col sole. Questo l’ho imparato.

Nella sala ho due finestre, una ad ovest e l’altra ad est. Nelle notti più calde lascio sempre aperta quella ad ovest. Mi piace lo spettacolo del tramonto che incendia le vecchie case che riposano in cerchio attorno al cortile. É profondamente drammatico, e malinconico. La morte del giorno.

Anche se accosto le persiane, di tanto in tanto qualche farfalla notturna riesce ad entrare. Non amo gli insetti, per questo motivo di solito mi costringo a continuare a scrivere, o leggere, e dopo un po’ me ne dimentico, come fanno le persone con i gesti sgarbati degli sconosciuti.

Tempo.

E poi ripasso davanti alla seconda finestra, quella che guarda ad est. Ed ogni volta trovo i resti delle falene.
Morte.
Potrebbero uscire tranquillamente da dove sono entrate, alle loro spalle. Ma rieccola la gravità, l’imperativo a cui è impossibile sfuggire, la trappola del desiderio.

Ostinatamente si ritrovano a sbattere contro il vetro, cercando la salvezza tra le fauci dell’alba, nella fornace del sole, incollate al loro destino. Convinte che andare in direzione della luce significasse vita, quando vita era restare nelle tenebre.

La luce nasconde l’oscurità.

Il suo inganno consiste in questo, mostrare una strada occultando tutte le altre.

Diffido sempre di chi mostra le luce.

L.

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M’ama o non m’amadeus?

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Per quanto sia stata breve, fallimentare e scarsamente segnante, la mia esperienza universitaria mi ha lasciato un piccolo quadernetto nella testa con dentro annotate una serie di regole.

Quella che è riemersa oggi è: IO ODIO MILOS FORMAN.

Sia chiaro, io non odio Milos Forman, ma uno dei miei professori sì. Lo detestava, lo disprezzava con tutto se stesso. Il suo odio era come un piccolo cucciolo incarognito che portava sempre con sé, perfetto da aizzare ad ogni lezione, ad ogni conversazione che includesse Mozart, o il cinema, o la storia della musica. La colpa di Milos era stata quella di girare un film di una certa importanza (Amadeus) sul suo grande mito, Wolfgang Amadeus Mozart.

Il professore non vedeva la pellicola come un semplice dispositivo narrativo, ma come una immonda creatura tenuta insieme da errori storici, imprecisioni, licenze poetiche, stravolgimenti e tanta tanta tanta merda. Amadeus the movie era il male. Un male covato da un diavolo di nome Forman.

Il suo amato Mozart, il suo confidente, il suo compagno di vita, il sole che lo aveva guidato, il giovane folle e geniale che aveva tracciato da un tempo lontano il suo destino, la creatura perfetta che nella sua mente era viva e presente molto più di quanto non fossimo noi, era stata maltrattata e stuprata da una bieca ambizione. Intollerabile.

Tra i libri che dovevamo sapere a memoria, ve ne era uno che includeva tutte le spese dell’ultimo anno di vita di Mozart. Quante camicie aveva comprato e quanto gli erano costate. Un interessantissimo libretto pieno di date e di conti, qualcosa che puoi raccontare al tuo analista per vendicarti del prezzo della seduta.

Se posso essere sincero, Amadeus non mi era affatto dispiaciuto (è una verità che ho tenuto per me, custodita come un bubbone ad una riunione di medici della peste), ma il film che più in assoluto preferisco di Forman è “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, bellissima pellicola tratta da un ancora più splendido libro (che mi sento di consigliare a chiunque).

Ed ora che Forman è morto, non posso che ripensare a quel professore ed al suo odio. Me lo immagino rientrare a casa maltrattato dalla pioggia.
Incredulo.

Gli abiti zuppi. Gli occhi vaghi e scivolosi, incapaci di aggrapparsi alle forme. Ebbri. Lavati dalla gioia.

Il respiro inquieto, rigettato dal suo stomaco già troppo brulicante di felicità. Un milione di farfalle che solo gli innamorati conoscono.

E con il cuore leggero e gravido di speranza come quello di un popolo che ha appena seppellito il proprio spietato dittatore, può finalmente sedersi al pc per scrivere su Twitter

@Amadè56 Milos Forman mi ha sempre fatto cacare!!!

(E questa è la storia di come nascono i post contro l’artista morto fresco di giornata)

L.

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Gli ospiti

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Adoro la primavera perché è l’inizio di quel periodo dell’anno in cui se lascio una finestra aperta dieci minuti, entra Mothra. Certe volte è una falena discreta e poco invasiva, praticamente due orecchie di elefante che delicatamente sbattono le ali spalmando il mobilio contro le pareti.

Altre volte un tenero scorpione che con il suo aculeo triste ti dice “fatti uccidere per favore, oggi non ho ancora avvelenato nessuno”.

Oppure accade come stasera, che rientrando noto distrattamente da sotto il divano qualcosa che lo solleva di mezzo metro, trasformandolo in uno scivolo di un parco acquatico. Un piccolissimo ragnetto partorito da un bufalo, tutto rannicchiato nella sua adorabile fame di sangue. Quasi non si percepiscono le zampette identiche a rami di quercia.
Posso sentire i suoi pensieri, appesi nella stanza come ghirlande a Natale:

IO NON SONO QUI, AVVICINATI!
IO NON SONO QUI, AVVICINATI!
IO NON SONO QUI, AVVICINATI!
IO NON SONO QUI, AVVICINATI!
IO NON SONO QUI, AVVICINATI!

Ora, è chiaro che qualcosa va fatto, che la convivenza tra noi due non è possibile.
Per fortuna ho un sacco di amici che possono ospitarmi.
Ciao ciao, adieu, goodbye, auf Wiedersehen

L.

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Wonder Woman Vs Ares P.I.

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ALLERTA SPOILER, FUGGI DA QUI SE NON HAI VISTO IL FILM!

Wonder Woman non mi è proprio piaciuto. In generale è stato osannato dalla critica ed apprezzato dal pubblico, ma ritengo questo sentimento condiviso un abbaglio. Succede.

Quello su cui vorrei concentrarmi ora sono alcuni punti che ripensando al film mi fanno ancora sorridere.

1 – Amazzoni, mille anni di perfezionamento della lotta con la spada… ma fuori da Themyscira hanno inventato le pistole, i fucili e le bombe. (L’eccessiva specializzazione porta all’estinzione, prendere nota.)

2 – Ok, gli uomini che sono scesi con la barchetta sulla spiaggia sono sistemati, ma il resto dell’immensa nave da guerra che fine ha fatto?

3 – Ares ha i baffetti. Cioè… era il Ned Flanders dell’olimpo. Capisco perché fosse arrabbiato, tutti gli altri Dei a sfoggiare barbe folte o volti rasati pronti a giudicarlo mentre lui se ne girava come il Tom Sellek dell’antica Grecia. Magari in camicia hawaiana, camminando baldanzoso come un pornodivo degli anni ’70.

4 – Steve Trevor, con ogni probabilità era un lontano parente delle sorelle Lisbon (quelle de “Il giardino delle vergini suicide”). Perché proprio non si capisce per quale motivo si sia fatto esplodere in volo come un petardo. Una volta preso l’aereo avrebbe potuto spostarlo, farlo atterrare altrove e attendere lì dov’era facendolo saltare solo come extrema ratio. Invece nulla. Boom. Diamo il gas tossico al vento che lo porterà sicuramente sulla luna che tanto è fatta di formaggio e al massimo è piena di topi.

L.

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Pensieri sparsi.

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Il mio Regno.

Pochi passi, in disparte.
E mi riconosco nelle salite – senza prendere appunti per l’Aldilà – ché dalle discese imparo poco.
Che cosa difficile l’Esistenza: miliardi di miei simili e nulla da spartire con nessuno di loro.
E morirò nella superba convinzione d’esser unica. E di conseguenza sola. Ed è questa la Verità che rende tutti uguali.

Vera Q.
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Vita da Q.

Oggi, il parcheggiatore di carrelli della spesa ha voluto regalarmi, per forza, un braccialetto.
«Siamo amici.» Ha detto.
Lo so, siamo amici. Però io detesto i braccialetti.
Così, ho tentato di dissuaderlo. Principalmente perché lui, quei braccialetti, li vende.
Ma mi ha guardata in viso, serissimo: «Prendilo, ha il colore dei tuoi occhi.»
Il braccialetto è nero.
Io ho gli occhi azzurri.
E non so se costui ci veda malissimo o fin troppo bene. Difatti l’ho preso.

Vera Q.
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Sudario.

Mai veramente adulta mi separo da me. Ed insegno ai miei demoni la virtù del riciclo. Sono abituata all’imperfetto e morirò sfinita, seduta sui miei perché. Mentre tu sarai alla mia destra, lontano dal cuore.

Vera Q.

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Pentole e coperchi.

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Non scrivo per dire qualcosa a te. Caso mai, quel qualcosa, lo sto dicendo a me. Perché voglio ricordare, e ricordarmi, soprattutto nei giorni di sole – dove le ombre sono più nere – ed io ho così sete da bermi persino le tue fandonie.

Vera Q.

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