Il Patto, di Vera Q.

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Cari, care,
finalmente Il Patto è online!
A voi il link, e nel caso, buona lettura.

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Vera Q.

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Mendicanti d’Autunno

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I libri si aprono come le porte, ma non è mai ben chiaro chi sia dei due ad entrare.

 

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L.

Wonder Woman Vs Ares P.I.

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ALLERTA SPOILER, FUGGI DA QUI SE NON HAI VISTO IL FILM!

Wonder Woman non mi è proprio piaciuto. In generale è stato osannato dalla critica ed apprezzato dal pubblico, ma ritengo questo sentimento condiviso un abbaglio. Succede.

Quello su cui vorrei concentrarmi ora sono alcuni punti che ripensando al film mi fanno ancora sorridere.

1 – Amazzoni, mille anni di perfezionamento della lotta con la spada… ma fuori da Themyscira hanno inventato le pistole, i fucili e le bombe. (L’eccessiva specializzazione porta all’estinzione, prendere nota.)

2 – Ok, gli uomini che sono scesi con la barchetta sulla spiaggia sono sistemati, ma il resto dell’immensa nave da guerra che fine ha fatto?

3 – Ares ha i baffetti. Cioè… era il Ned Flanders dell’olimpo. Capisco perché fosse arrabbiato, tutti gli altri Dei a sfoggiare barbe folte o volti rasati pronti a giudicarlo mentre lui se ne girava come il Tom Sellek dell’antica Grecia. Magari in camicia hawaiana, camminando baldanzoso come un pornodivo degli anni ’70.

4 – Steve Trevor, con ogni probabilità era un lontano parente delle sorelle Lisbon (quelle de “Il giardino delle vergini suicide”). Perché proprio non si capisce per quale motivo si sia fatto esplodere in volo come un petardo. Una volta preso l’aereo avrebbe potuto spostarlo, farlo atterrare altrove e attendere lì dov’era facendolo saltare solo come extrema ratio. Invece nulla. Boom. Diamo il gas tossico al vento che lo porterà sicuramente sulla luna che tanto è fatta di formaggio e al massimo è piena di topi.

L.

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Pensieri sparsi.

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Il mio Regno.

Pochi passi, in disparte.
E mi riconosco nelle salite – senza prendere appunti per l’Aldilà – ché dalle discese imparo poco.
Che cosa difficile l’Esistenza: miliardi di miei simili e nulla da spartire con nessuno di loro.
E morirò nella superba convinzione d’esser unica. E di conseguenza sola. Ed è questa la Verità che rende tutti uguali.

Vera Q.
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Vita da Q.

Oggi, il parcheggiatore di carrelli della spesa ha voluto regalarmi, per forza, un braccialetto.
«Siamo amici.» Ha detto.
Lo so, siamo amici. Però io detesto i braccialetti.
Così, ho tentato di dissuaderlo. Principalmente perché lui, quei braccialetti, li vende.
Ma mi ha guardata in viso, serissimo: «Prendilo, ha il colore dei tuoi occhi.»
Il braccialetto è nero.
Io ho gli occhi azzurri.
E non so se costui ci veda malissimo o fin troppo bene. Difatti l’ho preso.

Vera Q.
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Sudario.

Mai veramente adulta mi separo da me. Ed insegno ai miei demoni la virtù del riciclo. Sono abituata all’imperfetto e morirò sfinita, seduta sui miei perché. Mentre tu sarai alla mia destra, lontano dal cuore.

Vera Q.

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Pentole e coperchi.

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Non scrivo per dire qualcosa a te. Caso mai, quel qualcosa, lo sto dicendo a me. Perché voglio ricordare, e ricordarmi, soprattutto nei giorni di sole – dove le ombre sono più nere – ed io ho così sete da bermi persino le tue fandonie.

Vera Q.

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La regola.

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A metà del qualunque cosa sia subentra l’usura dell’arrivo. Invincibile nemico, per me sempre in esilio. Così, nascosta la mano, getto un sasso nella palude del Dopo e tutto sfugge tra l’impotenza e il dubbio.
E riesumo i vecchi errori, e scomodo i cattivi pensieri. Ma al mio Abito Nero, di questo, non gliene importa nulla: sbaglierò già vestita a lutto.

Vera Q.

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Appunti.

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Io sono qui. Castigo o ricompensa. – Ma questo, per me, è irrilevante –
E sono stata creata scontenta per spaccare le pietre con una piuma.
E vivo tra le parole: a destra le non dette, a sinistra le mal dette.
Per cui non appoggiarti a me. Per natura vado a capo e comincio quando tutto finisce.

Vera Q.

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10 Maggio 2017.

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La Nera Signora correva: le ossa, schiocchi e schianti, cantavano metalliche alla Luna la loro fretta.
E la Morte correva. Grandi falcate. Le orbite cave piazzate sul letto di foglie. Frusciava il sentiero, frusciava il mantello.
La falce, mai assente, frattanto, graffiava la terra. Orridi solchi infetti dai quali lunghi virgulti di Buio fiorivano.
«Madame, abbiamo soltanto altri cinque minuti.» Precisò il corvo che, ben saldo, le artigliava la spalla.
Ma l’Eterna correva. E scollinava, e macinava foreste, e guadava fiumi. E non lo degnò di alcuna attenzione.
«Madame, mi duole essere saccente, tuttavia restano appena trenta secondi.» Aggiunse il pennuto.
«Non inizieranno senza di me!» Ruggì l’Oscura.
«Lo hanno appena fatto, Madame.»
Sicché, con un ultimo slancio, la Morte si portò al centro della radura dove una ragazzetta ed un vecchio discutevano saldati su seggiole da campeggio.
«Beh?» Sbottò la Tenebrosa e prese posto.
«Beh, lo dovrei dire io» il vecchio schioccò la lingua sul palato «sei in ritardo.»
«Io non sono mai in ritardo, Dio. Né prima, né dopo. Io sono nell’istante preciso!» E Madame spalancò le braccia. E il pennuto spalancò le ali.
«Ahhh…» la Vita, scolpita nel visetto minuto d’adolescente, alzò gli occhi al cielo «quanto sei pesante e teatrale!»
«Vita rinuncia, con me non ti conviene, prendi per il culo qualcun’altro…» canticchiò di rimando la Scarna.
«Vecchia, canzone vecchia. E trita. Non hai altre munizioni in canna?» Miagolò la giovane, viperina.
«Ragazze…» Dio, canuto e vestito di iuta, le ammonì bonario.
«Guarda che ha iniziato lei!» Le due protestarono in coro. Mocciose.
«Pensavo ad un’eruzione.» Proseguì Dio, fin troppo abituato ai battibecchi tra le sorelle.
«Tipo Krakatoa?» La Vita aggrottò la fronte.
«Esatto, qualcosa del genere.» E Dio si accese un cubano.
«Etna o Vesuvio? Non facciamo il solito vulcano nel nulla che non c’è gusto, eh.» La Morte picchiettava con le falangi sul manico della falce. Golosa.
«No! Vesuvio, no!» Intervenne la Vita «la pizza napoletana è patrimonio dell’umanità.»
«E allora mettiamoci a fare preferenze! Ci riuniamo il dieci di ogni mese per pianificare il giorno successivo, ti pare che ci sia il tempo per parteggiare?» Protestò la Vedova.
«Nah…» l’Altissimo sbatacchiò le palpebre «veramente ero orientato verso un evento spettacolare, unico. Molto più d’impatto rispetto all’undici settembre 2001.»
«Parco americano di Yellowstone!» Urlò la Morte. Echi graziati, furiosi. E dall’alto, uno stormo di anatre cadde a terra. Stecchito.
«E fa’ più piano, Cristo!» Disse la Vita e scosse, seccata, i boccoli color grano.
«Ehi, calma con le parole!» Reagì Dio. Un tuono roboante.
«Ma è colpa sua! Lo vedi che me le leva di bocca!» E Riccioli d’Oro si rabbuiò. Subito.
«Comunque, sì» il vecchio prese una feroce boccata dal sigaro «Yellowstone. Tutti d’accordo?»
E la Morte alzò il pollice scheletrico. E la Vita assentì di gola.
«Io scateno il panico, attivo l’odio, appronto l’egoismo e nutro lo sciacallaggio.» La Luttuosa stilò il proprio elenco.
«Io mobilito l’amore, dispiego la solidarietà e raduno l’abnegazione.» E la Senza Età compilò il suo.
«Come siete messe domani?»
«Ho giusto quindici minuti liberi da vagiti tra le 16:30 e le 16:45, bastano?» Rispose la Vita. «Impossibile, a quell’ora ho un terremoto.» Obiettò la Nera.
«Io mi sgancio quando voglio, siete voi quelle super impegnate.» Dio annegò lo scherno nella folta barba.
«20:25 – 20:33? Otto minuti, però.» Seguitò la Vita.
«20:25. Otto minuti, posso farcela.» Asserì la Morte.
«E sia.» Decretò Dio.
«Chi passa a prendere Vera?» La Mietitrice misurò i compari.
«Ah, non io. Nei giorni passati mi ha dato del misogino.» E l’Onnipotente si fece da parte.
«Non pensarci neppure, mi detesta da quando è nata.» E la Madre Bambina non fu da meno.
«Un momento, domani c’è la prima di Alien Covenant?» La Morte si tolse il cappuccio.
«Sì, e con ciò?» E Dio la fissò.
«Hai idea? Sono anni che attende l’uscita di questo film. Sai che due palle se se lo perde? Paginate di invettive su di me, su di te, su di lei.» E disegnò il trio indicando ciascun componente con la lama della falce. «E chi la regge!»
«Signore belle, fatemi capire, siamo succubi di una scribacchina?»
«Tu l’hai creata!» esclamò la Vita.
«Ma tu, pavida, la tieni in vita, Vita.» E Dio la fulminò con un’occhiata.
«Non è certo compito mio quello, io mi limito a renderle l’esistenza impossibile!» Puntualizzò l’Eterna Fanciulla.
«Non guardate me, io procrastino finché posso, non la voglio tra i piedi, mi mette addosso una tale depressione.» Concluse la Morte.
«Quindi?» Stronfiò Dio.
«Quindi, si rimanda. O hai altre soluzioni, Mister Architetto del Mondo?»
«Dieci giugno, stesso posto, stesso orario.» Borbottò Dio, spazientito. E scomparve in un turbine di luce. E con lui la sedia.
«Come se ci fosse scelta.» Masticò la Vita, asciutta. E si dissolse in un turbine di fiori. E con lei la sedia.
«Ed auguriamoci che per allora non abbia il ciclo.» Sputò la Morte, irritata. E svanì in un turbine di ossa. E con lei la sedia.

Vera Q.

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Nessuna cosa è bella.

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Mi segui, paziente. Ma nella mia immaginazione non c’è posto per Dio, e i tuoi errori – indomabili per numero, e che promettono il Paradiso – mi risparmiano lo strazio di volerti bene.
Così, tiepida, e all’ottimo prezzo del Niente, ti porto con me a stanare Mostri fino a quando capirai che il più crudele di tutti ti sta tenendo per mano.

Vera Q.

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Tutto quel che so.

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Io non sono felice, mai. Neppure quando sono felice. Niente, nemmeno una volta, dissolve l’Ombra. Ma il mondo tracima di criminali e la Vita non propone, in nessun caso, nulla di ragionevole. Dunque il silenzio è un modo di vivere anche ciò che non sono. Per questo ne creo tanti.

Vera Q.

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Fiabe moderne.

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Quando A. rientrò a casa, la luce oltre la soglia mormorò un click a mezza bocca. La lampadina, di fatto, esplose in un tremulo baleno giallastro per poi assopirsi in un sonno nerissimo.
«Faretto del cazzo.» Biascicò A., frattanto la mano destra affondava nella patta dei calzoni.
B., rubata all’immaginario di Goya, era appollaiata sul divano antistante all’uscio. Il viso cinerino, puntato al tepore televisivo, virava all’indaco ed A. si lasciò guidare dal Grande Fratello per traghettarsi dopo l’ingresso.
«Sono tornato.» Scandì perentorio.
«Io non sono mai andata via.» Rispose B., laconica, ed impastò l’aria viziata con la tempesta.
Di sbieco, un ficus in attesa di eutanasia li osservava severo.
«Sei ancora arrabbiata.» Siglò A. che, alzate le spalle, e sganciato il giaccone sulla poltrona, proseguì la marziale cavalcata verso la cucina.
La discussione era iniziata sul fare del giorno. Tiepido zefiro, un’inezia. Ed era avvampata dopo il caffellatte, e si era accalorata in tarda mattinata, e bruciava, e fumava. Finché sul rintocco delle quattordici era scoppiata. Deflagrando. Verbosa.
A. voleva una bambina, B. voleva un bambino.
Ed A. protestava e B. ribatteva. E B. si lagnava ed A. insisteva.
Ed alle 14:22, esaurite le ragioni di entrambi, B., furiosa, agguantò il sofà, A., furioso, agguantò la porta. Separazione d’obbligo. Ed il tramonto, maestro di romanticismo, li aveva appena ricongiunti. E con esso, la fame. Malia ben più forte dell’amore.
«Quindi?» Berciò A. seduto a tavola. Picchiettava con la forchetta sulle stoviglie. Le dita tozze, le unghie luride. Gincanava dal bicchiere al piatto, impaziente. TIN! TIN! TON!
«Quindi ho fatto di testa mia.» B. comparve sullo stipite della porta. Le gambe lunghe di ragno. Molleggiata, raggiunse i fornelli dove una pignatta color pece sobbolliva.
«Tu mangi?» Seguitò petulante. Il cucchiaio di legno s’inabissò nella melma lavica. Dal tegame, un pungente odore di spezzatino piombava la stanza. Una cappa grassa. Oleosa.
«Tu mangi?» A. canzonò B. e B. lo colpì con una gomitata al capo.
«Avanti, com’è?» Seguitò B. E la scodella di A., in quel mentre, iniziò a tracimare. Tre mestolate, un tripudio.
«Direi infuocato.» A. sorrise.
«Ho cambiato ricetta, per te», sottolineò B. pungente, «soltanto per te.»
A. si riempì la bocca. Grumi di sugo ad adornare lunga barba. E macchie sul bavero, tutt’altro che lindo.
«In epf-fetti la-h carne è davve-roh tenerah» esondò sputacchiando lapilli «bollente, ma p-tenerah.»
«Ah!Ah! Frollata e marinata. Giorni di lavoro, tesoro, zitta zitta.» B. si accomodò alla mensa senza nascondere una certa soddisfazione per l’ottimo lavoro svolto. E sciolse i capelli. Una matassa di colla informe.
Ed A. s’ingozzò. Ancora.
«Pollicino.» Disse la cuoca. E spalancò le fauci. Una fila di denti aguzzi. Aghi. Spilli. Lo Squalo.
«Eh?» A. la guardò appena, intento a versarsi del vino.
«Si chiamava Pollicino», B. soffiò sullo stufato, «un garzone, quello che ci ha consegnato il nuovo router la settimana scorsa. Capisci perché stamani mi sono così arrabbiata? Volevo che fosse una serata speciale e tu, tu blateravi di bambine! Ho fatto tutto alla chetichella per farti una sorpresa.» La voce rotta. Un pigolio, pio pio. Attrice consumata.
«Amore, scusami. Sono proprio un orco» gorgogliò A., languido.
E mangiava, e tracannava, e si lordava.
«E questa? Che cosa diamine è? Un’oliva?» A. afferrò tra pollice ed indice qualcosa di grinzoso, scurissimo. Addirittura bruciato.
«No, sciocchino, è un testicolo, sentirai che prelibatezza.» Cinguettò B., in estasi.
«Per la miseria, sembra burro!» Il ghiottone muggì di pancia.
«Il segreto è la cottura», ed agguantato l’altro testicolo, B. si concesse un piccolo morso. Centellinava la primizia. «Va prima sbollentato, poi passato sulla fiamma ed infine aggiunto alla salsa.»
«Devo ammetterlo, è veramente squisito. Soltanto che io avevo adocchiato una certa Alice, tutto qui.»
«Ma Alice chi? La fattona del Paese delle Meraviglie?»
«Fattona?» A., stupito, si lasciò andare in un rutto liberatorio.
«Ma scherzi? Lo sanno tutti che fa uso di stupefacenti. Carnaccia corrotta!» E B. atteggiò la boccuccia in una piega schifata. «Al massimo la piccola fiammiferaia, benché magrina.»
La sera, intanto, aveva sgranato le palpebre. E il piccolo appartamento di periferia si era tinto di brunito, pronto per il Riposo del Giusto.
«Suonano», garrì B. E non mosse un solo muscolo. «Vai tu, caro?»
«Ma chi cazzo è che rompe i coglioni a quest’ora?» A. si alzò dalla sedia con la flemma tipica dei vecchi. «Non sarà mica tua madre,vero?»
«Beh? Ed anche se fosse?» B. sprofondò nella ciotola di ceramica, avida. Ed A. si sottomise alla scocciatura.
Sicché sfilò svogliato all’entrata, borbottava. Pietre che rotolano. E spalancò il battente con malagrazia. Al di là, sul pianerottolo, uno spicchio di Paradiso. L’Epifania.
«Buonasera signore, io sono il Piccolo Principe.» Tintinnò un cosetto vestito di tutto punto.
«Ed io mi chiamo Peter Pan.» S’accodò il secondo moccioso paludato di verde.
«Siamo venuti a portare la parola di Geova!» Trillarono in coro.
A. si sciolse in un ghigno sghembo. Gli occhi porcini scandagliavano i pargoli. Smaniosi. Acquolina.
«Entrate bambini», ciangottò. La gorgia vibrava. Un suono profondissimo. «Ho appena scoperto d’avere una passione sfrenata per le olive.»

“Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.”
Ma no, non nelle mie storie.

Vera Q.

00:51

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In questa sera quieta potrei addirittura amarmi per come sono.
Ma il mio Demone conosce la sottile arte d’impedirmelo e non ha mai nostalgia di casa.

Vera Q.

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