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Le falene sono attratte dalla luce.

Quando ero piccolo me lo ripetevano spesso. Nelle serate estive sentivo tamburellare sui vetri delle finestre una moltitudine di fiocchi di neve grigi e bianchi. Falene.
Era come se la notte allungasse una mano per testare delicatamente con le sue dita il calore del vetro, il fuco della luce.

Era un tocco leggero, ciclico. Lo sciabordio di piccole onde del mare che si frantumano sul bagnasciuga.

Qualche insetto restava aggrappato alla solida trasparenza della finestra per scandagliare l’interno della stanza con imperscrutabili bilie nere. Il tutto durava qualche minuto appena, il tempo di un caffè, di uno scambio di battute. Dopodiché l’oscurità li risucchiava per risputarne altri.

Dopo un po’ che me ne stavo lì a fantasticare su quello spettacolo, di solito mi si avvicinava mio padre, e diceva “Le falene sono attratte dalla luce”.

Così, nel mio immaginario, ad ogni alba vi erano legioni di quelle creature che come tanti Icaro kamikaze volavano verso la luce più grande, più calda e più potente di tutte: il sole.
Milioni di puntini grigi che bucavano il cielo, lasciandosi l’orizzonte alle spalle, decisi a bruciare come fiammiferi guidati da una gravità ossessiva, da un imperativo scritto dalle mani di Dio con l’inchiostro della natura, raggiungere
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce
la luce.

Va da sé che non è così che succede ad ogni alba. Le falene non cercano di sfondare l’atmosfera per ricongiungersi col sole. Questo l’ho imparato.

Nella sala ho due finestre, una ad ovest e l’altra ad est. Nelle notti più calde lascio sempre aperta quella ad ovest. Mi piace lo spettacolo del tramonto che incendia le vecchie case che riposano in cerchio attorno al cortile. É profondamente drammatico, e malinconico. La morte del giorno.

Anche se accosto le persiane, di tanto in tanto qualche farfalla notturna riesce ad entrare. Non amo gli insetti, per questo motivo di solito mi costringo a continuare a scrivere, o leggere, e dopo un po’ me ne dimentico, come fanno le persone con i gesti sgarbati degli sconosciuti.

Tempo.

E poi ripasso davanti alla seconda finestra, quella che guarda ad est. Ed ogni volta trovo i resti delle falene.
Morte.
Potrebbero uscire tranquillamente da dove sono entrate, alle loro spalle. Ma rieccola la gravità, l’imperativo a cui è impossibile sfuggire, la trappola del desiderio.

Ostinatamente si ritrovano a sbattere contro il vetro, cercando la salvezza tra le fauci dell’alba, nella fornace del sole, incollate al loro destino. Convinte che andare in direzione della luce significasse vita, quando vita era restare nelle tenebre.

La luce nasconde l’oscurità.

Il suo inganno consiste in questo, mostrare una strada occultando tutte le altre.

Diffido sempre di chi mostra le luce.

L.

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