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Quando A. rientrò a casa, la luce oltre la soglia mormorò un click a mezza bocca. La lampadina, di fatto, esplose in un tremulo baleno giallastro per poi assopirsi in un sonno nerissimo.
«Faretto del cazzo.» Biascicò A., frattanto la mano destra affondava nella patta dei calzoni.
B., rubata all’immaginario di Goya, era appollaiata sul divano antistante all’uscio. Il viso cinerino, puntato al tepore televisivo, virava all’indaco ed A. si lasciò guidare dal Grande Fratello per traghettarsi dopo l’ingresso.
«Sono tornato.» Scandì perentorio.
«Io non sono mai andata via.» Rispose B., laconica, ed impastò l’aria viziata con la tempesta.
Di sbieco, un ficus in attesa di eutanasia li osservava severo.
«Sei ancora arrabbiata.» Siglò A. che, alzate le spalle, e sganciato il giaccone sulla poltrona, proseguì la marziale cavalcata verso la cucina.
La discussione era iniziata sul fare del giorno. Tiepido zefiro, un’inezia. Ed era avvampata dopo il caffellatte, e si era accalorata in tarda mattinata, e bruciava, e fumava. Finché sul rintocco delle quattordici era scoppiata. Deflagrando. Verbosa.
A. voleva una bambina, B. voleva un bambino.
Ed A. protestava e B. ribatteva. E B. si lagnava ed A. insisteva.
Ed alle 14:22, esaurite le ragioni di entrambi, B., furiosa, agguantò il sofà, A., furioso, agguantò la porta. Separazione d’obbligo. Ed il tramonto, maestro di romanticismo, li aveva appena ricongiunti. E con esso, la fame. Malia ben più forte dell’amore.
«Quindi?» Berciò A. seduto a tavola. Picchiettava con la forchetta sulle stoviglie. Le dita tozze, le unghie luride. Gincanava dal bicchiere al piatto, impaziente. TIN! TIN! TON!
«Quindi ho fatto di testa mia.» B. comparve sullo stipite della porta. Le gambe lunghe di ragno. Molleggiata, raggiunse i fornelli dove una pignatta color pece sobbolliva.
«Tu mangi?» Seguitò petulante. Il cucchiaio di legno s’inabissò nella melma lavica. Dal tegame, un pungente odore di spezzatino piombava la stanza. Una cappa grassa. Oleosa.
«Tu mangi?» A. canzonò B. e B. lo colpì con una gomitata al capo.
«Avanti, com’è?» Seguitò B. E la scodella di A., in quel mentre, iniziò a tracimare. Tre mestolate, un tripudio.
«Direi infuocato.» A. sorrise.
«Ho cambiato ricetta, per te», sottolineò B. pungente, «soltanto per te.»
A. si riempì la bocca. Grumi di sugo ad adornare lunga barba. E macchie sul bavero, tutt’altro che lindo.
«In epf-fetti la-h carne è davve-roh tenerah» esondò sputacchiando lapilli «bollente, ma p-tenerah.»
«Ah!Ah! Frollata e marinata. Giorni di lavoro, tesoro, zitta zitta.» B. si accomodò alla mensa senza nascondere una certa soddisfazione per l’ottimo lavoro svolto. E sciolse i capelli. Una matassa di colla informe.
Ed A. s’ingozzò. Ancora.
«Pollicino.» Disse la cuoca. E spalancò le fauci. Una fila di denti aguzzi. Aghi. Spilli. Lo Squalo.
«Eh?» A. la guardò appena, intento a versarsi del vino.
«Si chiamava Pollicino», B. soffiò sullo stufato, «un garzone, quello che ci ha consegnato il nuovo router la settimana scorsa. Capisci perché stamani mi sono così arrabbiata? Volevo che fosse una serata speciale e tu, tu blateravi di bambine! Ho fatto tutto alla chetichella per farti una sorpresa.» La voce rotta. Un pigolio, pio pio. Attrice consumata.
«Amore, scusami. Sono proprio un orco» gorgogliò A., languido.
E mangiava, e tracannava, e si lordava.
«E questa? Che cosa diamine è? Un’oliva?» A. afferrò tra pollice ed indice qualcosa di grinzoso, scurissimo. Addirittura bruciato.
«No, sciocchino, è un testicolo, sentirai che prelibatezza.» Cinguettò B., in estasi.
«Per la miseria, sembra burro!» Il ghiottone muggì di pancia.
«Il segreto è la cottura», ed agguantato l’altro testicolo, B. si concesse un piccolo morso. Centellinava la primizia. «Va prima sbollentato, poi passato sulla fiamma ed infine aggiunto alla salsa.»
«Devo ammetterlo, è veramente squisito. Soltanto che io avevo adocchiato una certa Alice, tutto qui.»
«Ma Alice chi? La fattona del Paese delle Meraviglie?»
«Fattona?» A., stupito, si lasciò andare in un rutto liberatorio.
«Ma scherzi? Lo sanno tutti che fa uso di stupefacenti. Carnaccia corrotta!» E B. atteggiò la boccuccia in una piega schifata. «Al massimo la piccola fiammiferaia, benché magrina.»
La sera, intanto, aveva sgranato le palpebre. E il piccolo appartamento di periferia si era tinto di brunito, pronto per il Riposo del Giusto.
«Suonano», garrì B. E non mosse un solo muscolo. «Vai tu, caro?»
«Ma chi cazzo è che rompe i coglioni a quest’ora?» A. si alzò dalla sedia con la flemma tipica dei vecchi. «Non sarà mica tua madre,vero?»
«Beh? Ed anche se fosse?» B. sprofondò nella ciotola di ceramica, avida. Ed A. si sottomise alla scocciatura.
Sicché sfilò svogliato all’entrata, borbottava. Pietre che rotolano. E spalancò il battente con malagrazia. Al di là, sul pianerottolo, uno spicchio di Paradiso. L’Epifania.
«Buonasera signore, io sono il Piccolo Principe.» Tintinnò un cosetto vestito di tutto punto.
«Ed io mi chiamo Peter Pan.» S’accodò il secondo moccioso paludato di verde.
«Siamo venuti a portare la parola di Geova!» Trillarono in coro.
A. si sciolse in un ghigno sghembo. Gli occhi porcini scandagliavano i pargoli. Smaniosi. Acquolina.
«Entrate bambini», ciangottò. La gorgia vibrava. Un suono profondissimo. «Ho appena scoperto d’avere una passione sfrenata per le olive.»

“Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.”
Ma no, non nelle mie storie.

Vera Q.

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