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Non appena lo sguardo di Ricky precipitò sull’orologio della macchina, nella sua mente apparve enorme come un palazzo la scritta “SCUSA”, anche se in effetti sarebbe stato meglio “SCUSA, TESORO”.
La colpa per il ritardo che aveva accumulato gli pesava sull’acceleratore, obbligandolo ad andare un po’ più svelto del consentito. Era responsabile di quella situazione? – No no no no – sussurrò tra sé e sé. Ma nonostante ciò, Roberta lo avrebbe ucciso. Lo sapeva. Anzi, probabilmente prima gli avrebbe fatto esplodere i timpani coni suoi strilli a ultrasuoni e solo dopo lo avrebbe ucciso. Finalmente.

Davide, suo figlio, sarebbe cresciuto senza un padre. Alle feste lo avrebbero ricordato come“papà bastardo ritardo”, e il Natale sarebbe diventato una dolorosa spina nel cuore da tormentare con l’approssimarsi del primo freddo dicembrino.

“SCUSA, AMORE, SCUSA” suonava un po’ meglio, valutò.

Ma d’altronde cosa poteva farci lui se la maledizione del cliente degli ultimi cinque minuti lo aveva colpito? Anche la vigilia di Natale, o soprattutto la vigilia di Natale, un commesso è solo un commesso. Non basta la voglia di tornare a casa da moglie e figlio, o il desiderio di indicare la via verso un glorioso vaffanculo per far sparire il cliente ritardatario.

“Cinque minuti, cinque”, aveva detto. Era diventata mezzora. Sospirò.

Quando finalmente raggiunse il vialetto di casa, la strada era buia. Tetra. Avvolta in un odore di stalla, della neve trasportata aleggiava nell’aria senza candore. Bianche spore di gelo.

Scese dall’auto cercando di farsi coraggio. Ricky puntò dritto verso la porta, ma fu subito chiaro che qualcosa non andava. Una figura minuta se ne stava accovacciata sull’adito.

– Papà… – Lo accolse suo figlio. Era seduto fuori al buio, sul gradino d’ingresso. Avvolto in un cappottino blu col cappuccio aveva un aspetto indecifrabile. – Adesso non puoi entrare – Finì di dire.

Ricky notò con disapprovazione la nuvoletta di fiato che esalava dalla boccuccia aggricciata di Davide.
– Scusa? Cosa non posso fare?
– Non puoi entrare…
– E perché mai? La mamma è arrabbiata?
– Non puoi entrare e basta…
– Davide, smettila di dire sciocchezze e fila in casa che fa…
Il grido terrificante di Roberta attraversò il legno fino a pietrificare Riccardo.
– Lui è dentro – Specificò Davide. – É meglio per tutti se resti qui con me…
Un altro urlo. Uno ancora. Uno più forte e acuto. E poi ancora e ancora e ancora in una mattanza del silenzio che non presagiva nulla di buono. Senza pensarci Ricky si avventò sulla maniglia. La porta era chiusa e la chiave dentro.

– ROBERTA! – Chiamò con terrore. – ROBERTA!
Ancora uno strillo, poi un tonfo di un mobile che sbatteva contro la parete, e ancora la voce di sua moglie che invocava Dio.

– Corri dai vicini e avvisa la polizia – Ordinò a suo figlio.
Davide non si mosse.

Riccardo prese una rincorsa e diede una potente spallata. La serratura scricchiolò in un segno di cedimento. Approfittò di quella debolezza per caricare un calcio di piatto, ma fu anche troppo. D’improvviso si ritrovò nel soggiorno, spaurito.
Sua moglie era lì, distesa sul divano, esanime.
– Cosa…. diavolo…
Sopra di lei, Babbo Natale. Aveva calzoni e mutande calate. Grugniva ansimante tra le cosce della moglie. Stavano scopando.
– SHHHH – ammonì il piccolo Davide verso suo padre. – Non disturbarlo. – Poi gli prese la mano riaccompagnandolo fuori. – É il mio regalo di Natale – confidò a Riccardo – Ho chiesto a Santa Claus un fratellino… ma non credo … non credo che sarà pronto per domani.

L.

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