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“Un medico mi fece delle foto ai polmoni. Erano piene di raffiche di neve. Quando uscii dallo studio, tutta la gente seduta in sala d’attesa sembrava grata di non essere al mio posto. Certe cose gliele leggi in faccia, a una persona.”

Ci sono autori che quando li trovi, capisci subito che tra te e loro ci sono legami di sangue. Che il loro immaginario non hai bisogno di adottarlo, perché è stato sempre tuo. Leggi una storia e ti senti a casa. Riconosci i volti, le cicatrici, i silenzi, gli umori, i fallimenti, le note pizzicate dal destino. Ti viene da credere che c’è stata una notte senza tempo in cui io, e questi scrittori, e i lettori, e i personaggi e le matasse del fato, abbiamo camminato fianco a fianco lungo i sentieri illuminati dalle stelle. Vaganti mascherati di tenebra, compagni silenziosi che calpestano la stessa terra e annegano nello stesso cielo.

Questa sensazione mi è capitata con molti narratori diversi tra loro, e anche con Galveston, di Nic Pizzolatto. Un romanzo noir amaro, romantico, crudele. Spietato, alle volte. Il racconto di un uomo che vive nel solco delle ombre tracciato dal tramonto. Me lo immagino Roy Cady, uguale ad un Gary Oldman/Jack Grimaldi di “Romeo Is Bleeding”, che consuma un vecchio album di ricordi come due amici che si incontrano e bruciano a chiacchiere il passato. Guardare e riguardare delle foto, con le lacrime salate e pungenti agli occhi che ti dicono – te lo ricordi qui? Te lo ricordi? L’ultima volta che sei stato veramente vivo. L’ultima volta che hai masticato il boccone amaro della felicità.

L.
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