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La paura gli metteva fame.
Lo stomaco iniziò a pugnalarlo. Per distrarsi, Emanuele cercò con lo sguardo l’orologio che bruciava di rosso sul cruscotto dell’auto. Mancava una manciata di minuti a mezzanotte. Con un gesto anemico della mano girò la chiave, mettendo fine al rassicurante ringhio del motore.
Il buio lo aggredì.

Velocemente scese dalla Volvo, stringendo una ventiquattrore. Mai più così tardi. Mai più.

Poteva vedere casa sua in fondo al viale, illuminata da un grosso lampione che dipingeva di un algido lucore la facciata. Per arrivare fin lì, avrebbe dovuto percorrere una lunga colata di tenebra. La cosa non gli piaceva.

Un coraggio asfittico lo convinse a fare il primo passo. Nella tranquillità della notte, le sue scarpe pizzicavano il silenzio, tamburellando sull’asfalto. Avrebbe voluto correre a perdifiato, bruciare quella lastra nera densa di paure e lanciarsi sulla porta con la chiave tesa come una spada, pronta a trafiggere senza incertezze la serratura. Invece si costrinse a camminare. Gli uomini non corrono per timore del buio. Ma in quel momento era un bambino. Un bambino solo e terrorizzato, aggrappato alla sua ventiquattrore come un naufrago ad uno scoglio.

Era cominciato tutto con piccole cose: rumori nel corridoio, ombre, la fastidiosa sensazione di sentirsi osservato. Caterina, sua moglie, era immune a quelle sollecitazioni. Ma lui sentiva crescere l’inquietudine. Poteva avvertirla infiltrarsi tra le crepe delle sue debolezze. Strisciare sotto la pelle. Precipitare sulla sua vita come un acido, sfregiandola per sempre. Il suo sonno era diventato agitato e debilitante, un luogo scomodo dove aspettare il sole.

Fece tutto il tragitto con la testa puntata sulla meta, cercando di non pensare a nulla. Appena entrato in casa, liberò la corrente dalla sua gabbia, che come un levriero si lanciò sulle lampadine, illuminandole. Abbandonò la ventiquattrore e la giacca sul divano. Stancamente fece le scale per andare in camera da letto, al piano superiore. Percorse il corridoio in cui sentiva i sibili di quelle cose. Per un attimo fu tentato di lasciare la luce accesa ma si limitò a chiudere la porta, gli uomini non hanno paura del buio. Spense tutto, e si mise a letto. Sua moglie era al solito posto, un involto informe stipato sotto le coperte. Da quella larva di stoffa un giorno sarebbe nata una splendida farfalla, ma per ora c’era solo il verme, e solo quello ad attenderlo. Abbassò le palpebre e provò a dormire.

Shhhh

Fu il suo stesso respiro a richiamarlo alla veglia. Si ritrovò a fissare il soffitto annerito dalla notte. Un silenzio teso frusciava nella casa. Con la coda dell’occhio afferrò qualcosa in movimento. La porta si divaricò di uno spiraglio, lamentandosi con un rantolo legnoso.
Un brivido lo frustò allo stomaco.
Panico.
Il suo cuore esplose in una danza sincopata.

La luce del lampione sulla strada sferzava le persiane chiuse, spruzzando luce opalescente dalle fessure.

Un ombra attraversò il corridoio veloce come un ratto.

Emanuele avrebbe potuto voltarsi, ma rimase immobile. Un senso di oppressione gli premeva il petto. Dio mio, Dio mio, Dio mio, fai che non accada. La porta lanciò un altro lamento, aprendosi ancora un po’. Un volto bianco come la carta emerse dalla semioscurità, fissandolo. Il terrore sembrò afferrarlo per la spina dorsale, spezzandogliela in due. Chiamare Caterina sarebbe stato inutile. Lo sapeva.
É un fottutissimo incubo.
Ma quella faccia era sempre all’angolo del suo sguardo, appena percepibile. Bianca, oscena, terribile. Se si fosse voltato di scatto accendendo la luce, e quella creatura fosse stata ancora lì, sarebbe morto di infarto. Il cuore sarebbe esploso come una trappola per orsi, mutilandogli la vita. Quanto manca all’alba? Due ore? Tre ore? Respirava affannosamente.
Non voglio saperlo.
Chiuse gli occhi, sperando che non fosse vero. La porta cigolò ancora. E poi ancora. Forse adesso era completamente aperta. Probabilmente quella presenza aveva già fatto il primo passo nella stanza. L’immaginava, a camminare con piedi muti fino al capezzale del letto. Era lì, se lo sentiva. Irta davanti a lui. Oppure piegata a pochi centimetri dal suo viso, che lo scrutava nelle tenebre, senza sosta. Da un momento all’altro poteva allungare un arto e toccarlo. Sarebbe stata la fine.
Sotto le coperte, la mano gelida di Caterina lo artigliò.
Cristo, gridò lui.
Erano due giorni che l’aveva uccisa.
Tesoro, disse lei. Lentamente sua moglie si voltò.

 

L.

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