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La maggior parte di quelli che erano bulli quand’ero ragazzo, adesso sono facce deformi. Sudate. Spettri che ciondolano nelle strade del mio paese. Li puoi incontrare verso mezzanotte, quando chiude il circolo e loro oscillano come morti che tornano nelle bare. Zecche gonfie di vino. Di tanto in tanto qualcuno alza una mano dicendo “Ciao”, anche se non mi riconosce. É sempre un saluto distante, filtrato da metri di terra, come se avessero l’anima in cantina. Hanno voci afflitte e schiamazzanti. Destini ereditati che si passano il testimone come le tessere di un domino, quasi a reclamare una rovina che viene da lontano. Qualcuno le chiama radici.
Uno di loro, dei bulli intendo, invece è diventato sindaco.
E mentre tutti gli altri li guardo con indifferenza, perché erano pietre che rotolavano nel ripido declino dell’esistenza, non posso ignorare la consapevolezza che lui, il sindaco, lo aveva scelto di essere così.

Il tempo è un giudice senza giustizia.

L.

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