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Generazione X-men

Appena fece scattare il meccanismo della serratura dietro di sé, Fluo finalmente si sentì al sicuro. La casa era muta. Nemmeno il vecchio frigorifero in cucina stava ronzando la sua cantilena infinita, il suo mantra di morte. Quando partiva il brusio, era come se qualcuno avesse intrappolato una mosca nel motore di quel dannato elettrodomestico, e il suo spirito tormentato non mancava di gridare giustizia ad ogni ora del giorno e della notte. Ma a lei non sarebbe successo. Non sarebbe morta lì, intrappolata nella sua vita, impalata come un insetto alla sua misera esistenza. Era unica, lo sapeva, e presto sarebbe uscita da quel mondo spregevole per entrare in un mondo sotterraneo, in un mondo speciale che avrebbe accolto il suo dono porgendole una corona, e non della saliva. Forse sarebbe diventata anche famosa, ma non aveva importanza, come aveva detto Il Cacciatore: il prezzo viene da fuori, il valore viene da dentro. Alcune persone sono come un Picasso in un mercatino dell’usato, hanno bisogno solo di essere scoperte.
Un Picasso, aveva detto. E Fluo si sentiva proprio così, qualcosa di valore mimetizzata nel fango della mediocrità. Un diamante nascosto nel vetro.
– Mamma? – Gridò.
Sua madre non rispose, sua madre non c’era. Tutto secondo i piani, ma era sempre bene verificare. Così le aveva consigliato Il Cacciatore, anche se pensi non ci sia nessuno, controlla. Se vuoi imbrigliare il tuo destino non puoi lasciarlo nelle redini del caso, mai.
Il corridoio, come la sala, erano ammantati dall’ombra malinconica del tardo pomeriggio. Un velo invisibile che restituiva una depressa tonalità di grigio, una nota triste nella sinfonia del suo imminente addio.
Sedici anni: fuga da casa. Un cliché.
Ma lei non sarebbe semplicemente scappata, lei sarebbe svanita. Un coniglio inghiottito dal cilindro.
Aveva ancora due ore, prima di veder emergere sua madre dalla porta di casa con i capelli scarmigliati e la pelle violentata dalla fatica. Fabbrica, la diagnosi, un altro modo di dire morte. Quel lavoro in catena di montaggio l’aveva masticata come un chewing-gum, spremendo un po’ della sua essenza ad ogni turno di denti, ad ogni fischio della sirena. Dopo il suo giro di giostra con cuffietta e camice, avrebbe depositato ordinatamente la giacca e la borsa sull’attaccapanni accanto all’entrata, e con gli occhi velati dalla stanchezza si sarebbe lasciata accogliere dalle morbide labbra del divano da due soldi al centro della sala. “Fluo” avrebbe bisbigliato con una mano sulla fronte, “fammi qualcosa di caldo”. E mentre a lei sarebbe toccato spadellare nella piccola cucina trasandata, sua madre avrebbe versato del vino da cartone in un bicchiere a gambo lungo, godendosi la pervicace lobotomia della TV serale. Ma il programma stava per cambiare, era in arrivo una lunga sorsata di panico. Era crudele, lo sapeva, ma sapeva anche che sua madre sarebbe stata viva per la prima volta dopo lungo tempo. Viva e disperata, ma pur sempre viva.
Fece come gli aveva detto Il Cacciatore, prima cosa? I ricordi.
Raggiunse il mobile con le foto incorniciate della sua famiglia felice – moi-non-plus. Ne scelse una in cui suo padre la teneva sulle ginocchia, sorridendo. Indossava una cravatta sbagliata. L’unica differenza con l’altro cappio, quello che lo avrebbe preso al lazo e trascinato nella tomba, era che quella corda in particolare era fissata solo al cattivo gusto, e non alla grossa trave della cantina. Nell’immagine erano nell’altra casa, quella grande, undici anni fa, ad un solo secolo di distanza. Sua madre aveva un aspetto severo, con un braccio cingeva morbidamente suo padre, comunicando al mondo che erano la stessa cosa in due forme diverse. Ma solo lui se n’era andato. Snudò la foto dalla cornice e la infilò nel piccolo zainetto viola che aveva deciso di portare con sé. Diede una lunga occhiata alle altre foto, cercando di inciderle a fuoco nella memoria, poi si voltò diretta nella camera della madre. Frugò in uno degli armadi fino a scovare il piccolo portamonete con dentro i soldi per le emergenze, che di solito erano il dentista, e intascò anche quelli, perché anche quelli facevano parte del piano. E’ importante che tutti credano che sei andata via di tua spontanea volontà, che sei andata lontano, aveva detto il Cacciatore. Ed i soldi erano parte dell’illusione. Provò un senso di soddisfazione immaginando tutte quelle persone cercarla nelle stazioni, sugli autobus. Qualcuno avrebbe anche potuto credere di averla veduta in qualche luogo esotico, magari su di una nave per la Francia, su di una strada di provincia a fare l’autostop con i pantaloni corti e la camicia annodata sull’ombelico, come si vede nei film. Ma lei sarebbe stata sempre lì, a pochi chilometri da casa, nel suo nuovo parco di divertimenti, ad imparare a modellare il futuro, a rendere il suo dono ancora più potente.
Il frigorifero deglutì, e ricominciò a ronzare. Bzzzz .La mosca non trovava pace. Ma io non sono come te. Pensò. Io non morirò chiusa in una trappola.
Spense il cellulare, e anche se lo aveva pagato parecchio, lo affidò alla gravità, appena fuori della finestra. Esplose tre piani più in basso, divenendo un costoso puzzle senza soluzione.
Mancava solo una cosa prima di uscire, il portatile. Delicatamente lo estrasse dalla custodia e lo appoggiò sul tavolo della cucina. C’era ancora la tazzina sporca di caffè che sua madre aveva bevuto quella mattina, il disordine è il modo che abbiamo di dire agli altri che siamo stati lì. Sorrise, lavò la tazza e la rimise a posto. Scusami mamma, pensò, oggi proprio non ho voglia di vederti. Appena acceso, il notebook si collegò alla rete internet di casa, in automatico. Alcune cose sono utili solo se ricevono degli ordini. Digitò l’indirizzo del sito generazionexmen, alcuni secondi per caricare la pagina e fu subito dentro il suo profilo. Una luce si accese nella chat, era Il Cacciatore, puntuale come il destino.
– Fluo, sei tu?
– L’unica.
– Sei pronta? Lo sai, vero, che puoi rinunciare quando vuoi. Ma una volta entrata nel regno, non si torna indietro.
– Sono pronta. E’ tutta la vita che sono pronta.
– Bene. Hai seguito il piano?
– Come un cucciolo ammaestrato.
– Ma tu non sei un cucciolo, vero Fluo? Tu sei una tigre.
– Detto dal Cacciatore, non suona bene!
– Anche le tigri sono cacciatori, cacciatori abilissimi. Ed è questo che diventerai.
– Oggi ti ho pensato.
– Come mai ti do da pensare?
– Non in quel senso. Ho pensato a quello che mi hai detto, a quella cosa che quando tutti corrono, ci vuole più forza a restare fermi, a mantenere il sangue freddo. Oggi sono stata forte.
– I tuoi compagni?
– Si. Loro. Ho avuto l’impulso di fargli del male. Ma poi ho pensato a te, ho pensato a quello che ci siamo detti in questi mesi, al mio ruolo. Al mio posto, a quello che sarò. Non potevo buttare tutto all’aria. Sei stato il mio pensiero lucido.
– Brava. A volte è necessario piegarsi per sopravvivere. Fare come i fili d’erba durante la tempesta. Verrà il tempo del riscatto. Ci devi credere.
– Lo so. Ci credo. Ho paura, ma so che sto facendo la cosa giusta. Sto facendo la cosa giusta?
– Sì, Fluo. Quello che stai facendo è giusto perché è l’unica cosa da fare. Ma stiamo facendo tardi.
– Scusa. Ma è difficile.
– Difficile, sarà il motto del resto della tua vita, se rimani lì.
– Già…
– Già! Adesso metterò un software in condivisione in chat, devi solo cliccarci sopra. Quando avrai finito di scaricarlo non potrai tornare più indietro. Lascia il computer a casa e non preoccuparti, nessuno troverà il minimo segno delle nostre conversazioni. Nessuno ti rintraccerà, fino a quando sarai pronta, naturalmente.
Il portatile emise un “DING”, il file era apparso nella conversazione. LIMBO.EXE. Un nome profetico. Fluo attese qualche secondo prima di cliccarci sopra con il mouse. Osservò l’avatar del Cacciatore, aveva vent’anni, forse ventidue. Un ragazzo bellissimo, un ragazzo bellissimo che aveva scelto lei, una ragazza qualunque, un Picasso in un mercatino dell’usato.

Fluo attese qualche minuto davanti allo schermo, curiosa di vedere quali fossero le funzionalità di LIMBO.EXE. Quel particolare limbo stava rimpiazzando tutto il contenuto del suo hard disk con uno falso. La sua vita digitale era stata sostituita con una vita digitale più coerente con quella di una sedicenne in fuga. Presto lei avrebbe fatto lo stesso, indossando finalmente la vita che meritava. Ecco. Dalle foto capì che l’avrebbero cercata a Berlino. Magari proprio sotto la Porta di Brandeburgo, dove forse si aggirava una ragazzina secca come lei, con degli infiammatissimi capelli fucsia identici ai suoi, portati dritti davanti agli occhi per creare una barriera tra la sua anima e il mondo. Stai attenta Fluo di Brandeburgo, tra poco scateneranno i cani da caccia sul dolce profumo della tua ignoranza.
Su quel pensiero decise che era il momento di andarsene, abbandonò il portatile sul tavolo e s’indirizzo verso l’uscita. Volontariamente evitò di incrociare la sua stanza, la sua roccaforte. Quando raggiunse la porta, la chiave era ancora infilata nella toppa. La girò per sbloccare la serratura e poi, invece che prenderla e chiudere da fuori, la lasciò lì. Quello sarebbe stato il suo capolavoro, la sua uscita trionfale.

Fluo è una stronzata, le avrebbe detto Il Cacciatore, ma lui non era lì. Dal pianerottolo tese le orecchie, per cercare di capire se qualcuno stesse salendo o scendendo le scale, ma a parte lo spettro della mosca nel congelatore, non c’erano altri suoni. Bene. Anzi, perfetto. Visualizzò con la mente l’interno di casa sua. Sentì un brivido scuoterla nella colonna vertebrale, tutti i peli del corpo si rizzarono. Poteva immaginarla, la chiave. Sentì un sapore di ferro sulla lingua, di lì a poco sarebbe stato insostenibile. Immaginò di girarla, di allungare una mano e chiudere quella cazzo di porta dall’interno. Lo immaginò così forte che se non fosse successo al più presto le sarebbe venuto un maledettissimo mal di testa. Il sapore di metallo in bocca era nauseante. La porta scattò in un rumore sordo. Era chiusa. Dall’interno. – Sìii – gridò, dimenticandosi della necessità di mantenere un profilo basso. Ci era riuscita, lo aveva visualizzato e ci era riuscita. Quella era una cosa di cui andare fieri, perché quella era una cosa difficile. Si voltò, piena di emozioni e di speranze, aveva ancora la lingua intorpidita. – Addio – disse a bassa voce, come se sapesse che alla fine di tutto, comunque non avrebbe fatto più ritorno.
Al Bus mancavano ancora dieci minuti, e in ogni caso sarebbe arrivato in ritardo. Capelli fucsia, zainetto viola, giacca in pelle, corta, sotto una maglia larga con il simbolo del Jolly Roger, un enorme teschio nero appoggiato su due ossa incrociate. Aveva i jeans, una cintura borchiata abbinata a degli stivaletti altrettanto borchiati, e un numero esagerato di braccialetti che danzavano la hula ad ogni movimento isterico del suo braccio. Si sentiva osservata, ma sarebbe stato strano il contrario. Fluo era il suo soprannome, il nome che si era data nella rete, il nome con cui anche sua madre aveva preso a chiamarla, il nome che avrebbe portato in battaglia, se ce ne fosse stata una. Ma per ora l’unica guerra che stava combattendo era quella degli sguardi, se li sentiva addosso come frecce caricate a dinamite. Tirò fuori due cuffie dalla giacca in pelle, e decise che quello era il modo migliore per disinnescarli. Un’altra ritardata apatica con il nulla che martella come un fabbro sui timpani dell’anima.
La canzone era “Girl”, dei “Suicide”. Lasciò che l’ipnosi dei suoni di Alan Vega e Martin Rev facessero il loro corso. Non sono qui, si disse, io non sono qui. Ma quella era l’ultima volta, davvero, che a lasciare il mondo sarebbe stata lei.
Bzzz, fece il neon di un’insegna accanto alla fermata. Un’altra mosca, un’altra trappola. Ma Fluo era già lontana. In un alone di distacco e rabbia si rivide, tre anni prima, quando una crosta di provincia era diventato un inestimabile Picasso.

– Quanto misura il cortile – Le aveva detto la ragazza bionda di quinta. – Quanto misura in monetine?
Aveva solo tredici anni. Era secca e ingenua, Fluo. I bulli li aveva visti solo in televisione. – Non ho capito, scusa.
– Ho detto – aveva ripetuto la ragazza bionda, questa volta alzando la voce in modo che i suoi compari sentissero bene che era arrivato il momento felice per un languido teppismo di gruppo. – Quanto misura il cortile! Quanto misura in monetine?
– Io… io non lo so davvero
Un capannello di ragazzini si era formato intorno a lei. I respiri di quelle persone la schiaffeggiavano sulle guance. Non sapeva cosa stesse accadendo, ma la lavatrice nella pancia le diceva che aveva paura. Le gambe stavano diventando molli.
– Te lo giuro – aggiunse – io non lo so proprio.
Ci fu uno scoppio fragoroso di risate. Quanti erano? Migliaia, probabilmente. Milioni. Qualcuno le lanciò una moneta in faccia. Le fece male. – Conta!- Abbaiò una voce. Ci fu un altro turno di risate, come se si fosse accesa la scritta “APPLAUSI” in un talk show. In controluce vide la ragazza bionda tirare fuori un’altra moneta dalla tasca per lanciargliela contro. Questa volta fu colpita in testa. Qualcuno si sbellicò. – con due monete farai più in fretta. Che aspetti?
Gli occhi le si gonfiarono di lacrime, voleva tornare a casa, voleva sua mamma. Ma sua madre era lontana, sua madre era intrappolata nei denti della bestia a farsi consumare un fischio di sirena alla volta. – LASCIATEMI IN PACE – Urlò. Ma quello non fece altro peggiorare la situazione. Il suo panico era un barile di benzina lanciato tra le fiamme. – Te lo facciamo misurare a calci – ringhiò una voce maschile, ma non aveva nulla di scherzoso nel suo tono. – Te lo facciamo misurare con la lingua.
Fluo fece per scappare. Scosse le spalle e si preparò alla fuga, ma una marea di mani e braccia le precipitò addosso facendola cadere. Qualcuno di grosso si sedette sulla schiena. Faticava a respirare. – Facciamole mangiare la merda di cane. – Propose il fermacarte che la inchiodava al suolo. – Naaa, che schifo. – Rispose uno. – Se la raccogli tu, a me va bene tutto. – Ma fu la ragazza bionda a parlare ancora. – Ho qualcosa di meglio. – Gridò. – Portatemi il nastro adesivo.
Fluo sentì che le tenevano ferma la testa. In preda al panico iniziò a strillare più forte che poteva. In quel maledettissimo tardo pomeriggio doveva pur esserci qualcuno disposto ad aiutarla. Sono ragazzi, avrebbero detto due vecchietti qualche metro più in là, disinteressandosi della cosa. Ma Fluo non avrebbe potuto udirli, perché le risate e la paura le riempivano il cervello. Questo fino a quando non si fece strada il rumore di uno strappo, era il nastro adesivo. Provò a divincolarsi ancora, ma la presa sulla sua testa si fece più dura, quei bastardi le tapparono la bocca. Poi le legarono per bene le caviglie e per ultimi i polsi dietro la schiena. La tirarono su, come uno di quegli esploratori che finiscono nei pentoloni dei cannibali nelle vignette umoristiche. Lentamente la trascinarono verso un lampione, la misero diritta sulla pertica e iniziarono a fare giri di nastro, imbacuccandola come un baco da seta da un metro e sessantacinque. Completamente inerme e sconfitta, Fluo fissava il giorno peggiore della sua vita che si organizzava per stabilire un nuovo standard di terrore. La ragazza bionda raccolse una delle monetine che le aveva lanciato. La appoggiò sulla schiena di un sasso abbastanza grande da stare nel palmo di una mano, poi con due strisce sottili di adesivo fece in modo di fissarla lì. Dalla tasca estrasse un accendino. Afferrò il sasso e lo girò in modo da far finire il centro della moneta esattamente sulla fiamma, arroventandola. Furono due minuti eterni.
– Non devi aver paura – Le disse la ragazza bionda. – E’ solo un timbro. Ti timbriamo e poi sei a posto, poi hai il lasciapassare per il resto dell’anno. Niente più misurazioni di cortili.
Il petto di Fluo era un mantice, le narici pompavano aria e la gola generava urla che si infrangevano come un fiume contro una diga inespugnabile. La ragazza bionda le si avvicinò con la moneta annerita incollata al sasso. – Te lo facciamo sulla guancia? – Domandò con finta cortesia. – Non fare quella faccia, lo so che poi ti senti brutta. Una guancia sola non va bene, meglio su tutte e due. Che dici? Due guance al prezzo di una?
Il lampione fece BZzz, e si accese.
– Dai, muoviti! – la incitò un’altra ragazzina. – Se faccio tardi mia madre mi prende a sberle!
– Farà male – Disse la ragazza bionda a Fluo, – Ma questo è un ricordo, e i ricordi fanno sempre male. – E con un gesto fulmineo fece finta di marchiarla in faccia.
Fluo lanciò un terribile urlo muto. Era legata. Era imbavagliata. Era un cervo durante la stagione di caccia. Anche se la moneta l’aveva solo sfiorata, sentì il lungo morso del fuoco sulla sua guancia. La vescica si liberò in un grosso pianto, e quando i pantaloni si scurirono in una piramide di urina gocciolante, le risate del branco crebbero a dismisura e poi le franarono addosso, seppellendola.
– Cazzo, guardate lì. Si è pisciata addosso!
Risate.
– Forse dovevamo legarla al cesso!
Risate.
– Non puoi legare un cesso al cesso, si chiama incesto!
Risate.
Risate.
BZzz. La lampadina sfarfallò e si spense.
Risate.
– Datele un tampax!
Risate.
BZzz, La lampadina si accese.
– Lei è un tampax!
BZzz, La lampadina esplose.
BOOM
Silenzio.
I ragazzi alzarono come una grande onda le braccia per coprirsi il viso dalla pioggia di vetro sottile vomitato dal lampione.
– Cristo! – Imprecò la ragazza bionda. Poi rovesciò indietro la testa come se qualcuno l’avesse colpita con un martello in piena faccia. Non era ancora schiantata per terra che uno schizzo di sangue partì come un proiettile dal suo naso per finire sui pantaloni zuppi di urina di Fluo. Quando si rialzò le mancava un dente, il naso era un rubinetto di vino rosso scadente. Come un branco di cani dileguati da una fucilata, sparirono tutti. Topi che rincasano nelle loro tane talmente velocemente da risucchiare quelle orrende code nude come spaghetti.
Il lampione non emise nessun rumore. La mosca era libera. Così Fluo aveva scoperto il suo potere, così era nato il Picasso, battezzato nel piscio della paura e santificato dal sangue della vendetta.

Quando Fluo estrasse le cuffie dalle orecchie, il pilota automatico dentro di lei l’aveva condotta sul bus per il centro. Si ritrovò ad ammirare la sfilata dello squallore cittadino che le vomitava dentro gli occhi. Dall’autobus in movimento, le persone sembravano ferme lungo la strada. Tanti manichini mummificati nell’imitazione di un’esistenza. La consapevolezza di quel momento le fece quasi tenerezza. Cosa erano loro? Dinosauri. E presto o tardi sarebbero arrivati i meteoriti con un biglietto di sola andata per l’estinzione. Le persone speciali come lei, quelle con i doni, aveva detto Il Cacciatore, avrebbero soppiantato la vecchia umanità. Un’alba carica di meraviglie spingeva all’orizzonte, premeva dal futuro, incitandoli a fare in fretta, ansiosa di venire al mondo.
Prescelta, era una parola grossa. Ma era questo che sentiva rumoreggiare dentro di sé, la eco del gigantesco dito di Dio che le picchiava sul petto, dicendo: TU, TU LO FARAI. E Fluo lo avrebbe fatto, sarebbe stata forte e avrebbe aperto i cancelli del regno, per dare una nuova direzione all’Umanità. Ma non da sola. Erano un esercito, anzi, molti di più, erano una Nazione, una Nazione in rivolta, aveva detto Il Cacciatore.
Dopo aver compreso di possedere un potere, Fluo aveva cercato. Aveva lanciato le sue curiosità sulla rete, in internet, alla disperata ricerca di altri come lei. Digitava e ridigitava su Google le emozioni, quello che aveva provato, gli effetti sul suo corpo di quei momenti di terrorizzante magia. Il responso era sempre stato uno solo; niente. Si convinse di essere una anomalia, una orrenda scimmia con tre braccia, e per anni aveva soffocato curiosità e desiderio di appartenenza in una spigolosa deriva punk. Poi un giorno trovò nella casella di posta elettronica una mail mandata dal suo stesso account. “Io ho le risposte”, era l’oggetto. Il testo recitava : vieni su generazionexmen, è un porto sicuro. Avrai tutte le risposte che cerchi sul gene-x. Il Cacciatore.
Ci pensò su parecchio prima di visitare quell’indirizzo. Il riferimento era esplicito, tutti avevano visto x-men, lei compresa. Sapeva benissimo di cosa parlava, sapeva benissimo a cosa si riferisse l’invito. Aveva un enigma tra le mani, per la soluzione sarebbe bastato bussare. Ma non le piaceva bussare, non le piacevano gli estranei, non le piaceva la gente in generale. Era diffidente. Avrebbe potuto trattarsi di qualunque cosa, dallo spam pubblicitario ad uno scherzo atroce da parte di uno di quei bastardi che tutti i giorni la chiamavano strega, puttana. Più puttana, che strega, a pensarci bene, perché strega era quasi un complimento, e non erano complimenti quelli che uscivano dalle bocche assieme alla saliva. Così, quando finalmente si decise, fece schioccare le sue nocche digitali, scoprendo che dietro ai suoi timori infondati c’era un angelo, il migliore e il più splendente che potesse incontrare. Il Cacciatore, si faceva chiamare. Era uno che seguiva le tracce, uno che fiutava quelli come lei, che agganciava simbolicamente la preda fino a condurla a quel punto, al momento della scelta. Era quello che verrebbe chiamato, un reclutatore. Fin da subito si erano capiti, le loro lunghissime ore di conversazione in chat erano travasi continui di anime da un oceano all’altro. Si erano anche visti in cam, ma senza parlare, l’aveva ammonita Il Cacciatore. La parola giusta raccolta dall’orecchio sbagliato può avere l’effetto di una bomba atomica.
Fluo gli aveva raccontato tutto, aveva messo sotto la sua lente ogni particella della sua vita, anche quella cosa stupida dello spirito della mosca intrappolato nel motore del frigorifero. BZzz. Il Cacciatore lo aveva trovato divertente. Di tanto in tanto la prendeva in giro – che rumore fa una mosca in trappola? – domandava. – BZzz -, scriveva lei. E poi aggiungeva – Ma io non farò la sua fine! – E nel video muto della cam lui sorrideva con le labbra e con gli occhi come non aveva mai visto fare a nessun ragazzo fino ad allora. Chiedimi come fa una mosca innamorata? Avrebbe voluto scrivere, ma si era sempre trattenuta.
Le piaceva vederlo ridere, aveva un sorriso bellissimo. Non come i denti che l’avevano fatta a pezzi tre anni prima. Su quella violenza, sul dolore della morte di suo padre, sull’indifferenza di sua madre, avrebbe costruito la nuova Fluo, la vera Fluo. Il Cacciatore le aveva detto che il suo potere era uno splendido seme, ma senza l’attenzione giusta sarebbe germinato in un mostro. Allenamento, sacrificio, devozione e volontà avrebbero trasformato entrambi, e il suo potere sarebbe cresciuto a dismisura con lei. Così com’era, era equivalente all’avere un Jet usato solo per andare dal lattaio.
Si sarebbero abbracciati? Quella domanda la riportò al presente. Era il momento di scendere. Raccolse il suo zainetto viola e abbandonò il ventre metallico del Bus. L’attendeva ancora un pezzo di strada. Durante il viaggio la città era sbiadita nei suoi pensieri, ma ora non sarebbe stato altrettanto facile. Il cuore le batteva forte costringendola al presente. Indagò l’aria con le narici, lentamente. Era libera? Sì, disse a se stessa, sono libera. Finalmente libera. E si incamminò.

Le vetrine dei negozi fecero lentamente spazio alle sale slot, poi anche quelle svanirono a favore di palazzi grigi ed anonimi. L’appuntamento era nella ex zona industriale, decadente e decaduta. Più si addentrava nei polmoni morti della città, più aveva l’impressione che le palazzine fatiscenti di inizio novecento la guardassero con diniego e disapprovazione. Dietro alle finestre rotte si agitavano oscurità pesanti, inquiete. Ed anche se sulla pelle morta di quelle costruzioni lampeggiavano graffiti caleidoscopici di ogni forma e dimensione, i suoi capelli fucsia risplendevano ancora in modo troppo acceso e dissacrante. Era come accendere musica ad alto volume in un cimitero. Il disagio si depositò come polvere di ferro sui battiti del suo cuore, che ancora non accennavano a rallentare la loro corsa. Di tanto in tanto alzava la testa in cerca di segni di vita. Per quanto fosse assurdo, quelle vie apparivano deserte. Con ogni probabilità, tossici e spacciatori, barboni e bambini perduti, respiravano in silenzio, inscatolati tra quei muri affamati di solitudine in attesa della notte. Ma per ora, di loro non vi era traccia. Un’auto sfrecciò alle sue spalle, sparendo così in fretta da sembrare inghiottita da un altro universo.
Fluo era forte, Fluo aveva i poteri. Adesso però si sentiva come una stupida ragazzina invitata alla festa sbagliata. I suoni dei suoi passi evaporavano, risucchiati dalla fame di vita delle pareti. Proprio quando la disperazione aveva artigliato le sue certezze, lo vide. Il Cacciatore. Appoggiato ad una parete, vestito con jeans e una felpa grigia. Il cappuccio calato sulla testa come un monaco. Le labbra erano piegate in un sorriso di soddisfazione pura, come a dire – lo-sapevo-che-saresti-arrivata. I suoi occhi erano di un colore indescrivibile, in mezzo allo squallore di quel posto erano due stelle insostenibili, due lampi di azzurro strappati al cielo. Fluo aveva il cuore in gola, e con lui polmoni, fegato, stomaco e il resto dell’intestino. Tutto il suo essere si era disciolto in un grumo di emozione che le intasava l’anima.
– Cacciatore. – Gli disse.
– Biancaneve. – Rispose lui. Dopodiché si abbracciarono.

Esisteva qualcuno con il potere di fermare il tempo? Qualcuno in grado di ritagliare un istante dall’inesorabile divenire delle cose per imprigionarlo in una stanza, in un luogo eterno da visitare e rivisitare senza mai esserne sazi? Esisteva qualcuno con una forza immensa da creare questo posto, un’oasi di felicità dove leccarsi le ferite quando la realtà diventava troppo affilata, troppo violenta e dura. Se questa persona esisteva, Fluo avrebbe fatto qualunque cosa, qualunque, per convincerla a cristallizzare in un lembo di eternità il lungo minuto in cui si era fusa nell’abbraccio con Il Cacciatore. Sentì che tutto il dolore, tutta la sofferenza, tutto l’odio che l’avevano lapidata in quegli anni l’avevano condotta lì, tra le braccia di un angelo. Lo guardò negli occhi, e seppe che il futuro si era appena mostrato in tutta la sua fulgida grandezza.
– Sei stata bravissima, Fluo. – Le disse. – Ma dobbiamo ancora assolvere delle piccole formalità.
Con riluttanza, Fluo disciolse l’abbraccio dal Cacciatore. Non voleva apparire come una ragazzina debole con gli occhi a cuoricino, pronta a scodinzolare ad ogni cenno del padrone. – Che tipo di formalità? – Gli chiese.
– Nulla di cui spaventarsi. Ma prima di entrare a pieno titolo nel regno, i miei superiori devono farti delle domande, devono, come dire… classificarti. Capire a che livello è il tuo potere, capire in cosa consiste esattamente, come funziona. Un po’ come un test di valutazione dell’università.
– Mi assegnerete ad una classe?
– Dopo il risultato del test, ti verrà assegnato un punteggio. Verrai affidata ad un anziano, e sotto la sua egida finalmente aprirai le ali, e quando sarai pronta, forse cacceremo assieme.
– Pronta per cosa?
Il Cacciatore si guardò in giro, cercando conferma che la strada fosse ancora deserta. Poi si voltò nuovamente verso Fluo, e fissandola negli occhi disse – Alla guerra.
Quelle parole rimbombarono come un tuono in una vallata dentro il petto di Fluo. La guerra. Significava morte, significava brutalità, significava annientamento. – Non mi piace la guerra. – Gli disse. – Non mi piace l’idea di fare del male a qualcuno.
Il Cacciatore le pizzicò una guancia come si fa con i bambini. – Quando sapranno di noi – disse con la sua voce tranquilla – non ci accoglieranno con ghirlande di fiori e margarita. Verrà un momento in cui l’opinione pubblica si spaccherà in due, e se la metà buona si limiterà a guardarci con sospetto e meraviglia, la metà cattiva ci metterà in lista per l’estinzione. Nemmeno io voglio far del male alle persone, e non lo farò. Difenderemo sempre gli indifesi, i deboli, i disperati. Sono pur sempre i nostri padri e le nostre madri, i nostri fratelli. Saremo i loro guardiani, li accompagneremo tenendoli per mano verso la notte, verso il lungo sonno della storia. Ma con chi minaccerà anche solo uno di noi…-
Fluo si sentì stupida per aver detto quella cosa, gli occhi del Cacciatore erano duri, intagliati nella pietra. – Scusa. – Rispose. Ora sì che si sentiva come una bambina, una bambina che faceva domande sciocche.
– Non importa, imparerai.
– Non mi hai mai detto qual è il tuo potere. Pizzicare le fanciulle sulle guance?
– Il futuro. – Le rispose con tranquillità Il Cacciatore. – Sono un profeta, una sorta di veggente. E’ come se un videoclipparo pazzo mi sparasse direttamente nella testa delle immagini del futuro. A volte quello che vedo ha immediatamente un senso, altre volte invece è come avere la faccia schiacciata sul muro di un grattacielo, e con lo sguardo cerco di guardare lassù in cima. Ma è impossibile, è più grande di me, più grande del mio orizzonte. Anche io devo imparare.
Fluo rimase stupita da quella dichiarazione. Davvero non credeva che fosse una cosa possibile. – E’ … è…- Balbettò.
– Incredibile? Lo è. Ma per me anche la tua capacità di muovere le cose con la mente è incredibile.
– Già – Rispose monosillabe Fluo, poi lanciò un nuovo quesito. – E dimmi, Cacciatore, hai visto anche me? Hai visto il mio futuro?
Il Cacciatore rispose con un sorriso, e le diede un altro pizzicotto sulla guancia.
– Andiamo – Concluse, – Ci stanno aspettando.
Fluo seguì il Cacciatore in silenzio lungo la strada. Svoltarono l’angolo e si diressero verso una palazzina con la facciata marrone ricoperta di fuliggine, i vetri erano ancora integri e scuri. La porta era incastrata al terzo gradino di una piccola rampa, con buona pace delle barriere architettoniche. Il Cacciatore spalancò la porta con un braccio, senza bisogno di chiave, era aperto. Dentro li aspettava un atrio immenso, con una scalinata in pietra che conduceva al piano superiore. Un tempo doveva essere stato un luogo lussuoso, ma adesso sembrava morto, come tutto il resto. Non le piaceva, qualcosa di sporco e insano ricopriva i muri come una seconda pelle. Avrebbe preferito andare altrove, si sentiva inquieta.
– Non mi piace – Squittì.
– Non preoccuparti, non piace nemmeno a me. Ma appena avrai finito ce ne andremo di qui, e questo sarà solo il contorno sfocato del nostro magnifico incontro.
Fluo si sentì rassicurata. Il Cacciatore era il suo lumicino nel buio terrigno della notte. Al piano superiore, un enorme corridoio privo di porte si stendeva come una lingua fino ad un adito sul fondo. L’unica luce in quel posto, erano le lame grigiastre che filtravano dalle finestre, i tentacoli malati del sole. Percorsero tutto il lungo corridoio fino a quando non sfociarono in uno stanzone che sembrava la navata maggiore di una cattedrale, immensa in grandezza ed altezza. In mezzo alla stanza, qualcuno aveva montato un cubo di vetro.

Il cubo era una cabina trasparente. Al suo interno c’era una sedia, e una scrivania alla quale due giovani uomini sedevano svogliati come impiegati delle poste. Entrambi erano vestiti di nero con cravatte bianche. Il Cacciatore le fece strada, aprendole ancora una volta la porta. Le indicò la sedia, invitandola con un cenno a sedersi. Si sentiva come a scuola, lei, indifesa davanti alla cattedra, a fronteggiare due sconosciuti insegnanti.
– Non preoccuparti Fluo, il loro lavoro è essere sgradevoli, e lo saranno. Tu rispondi sinceramente, e non innervosirti. E’ come una brutta canzone in una compilation, devi resistere il tempo che basta, e poi filerà tutto liscio.
– Tu resti qui con me?
– Certo – Rispose Il Cacciatore. Con una spalla si appoggiò al muro invisibile, facendo tremare tutta la struttura.
– Non sarebbe nel protocollo – Commentò uno dei due uomini in nero. Aveva una fronte alta e pochi capelli crespi.
– Non fare lo stronzo, Mazinga. Non c’è nulla di male.- Replicò Il Cacciatore.
– Se una scopa in culo avesse una scopa in culo, quella saresti tu – Sentenziò l’altro uomo. Aveva capelli neri e corti e un tono più amichevole. Era magro, ma la sua testa aveva la forma di un palloncino, stretto sul mento e largo in cima. – Io sono Maat, custode delle chiavi del regno.
Fluo si sedette, passandosi nervosamente una mano tra i capelli. – Mazinga, lo so. Ma, Maat che significa?
– Significa che le domande le faccio io. – Rispose Maat.
Il Cacciatore si lasciò sfuggire una risata che la ferii un poco. Non le piaceva essere derisa, soprattutto da lui. Gli lanciò un’occhiata torva che il suo angelo non colse. Loro si conoscevano, facevano parte della stessa famiglia. Era normale che ci fosse una complicità che la escludeva. Si concentrò. Doveva passare quell’esame. Ma nonostante i suoi propositi, domandò ancora. – Perché questa cosa di vetro?
Mazinga rovesciò gli occhi all’indietro. – Non cominci bene. – La rimproverò.
Maat guardò su una pigna di fogli che stringeva in mano, senza alzare la lo sguardo disse – Una volta abbiamo interrogato una incendiaria. Una brava ragazza. Intelligente e preparata. Ma la sua voglia di impressionarci ha generato un incendio che ha devastato una palazzina. Noi dovremmo salvarlo il mondo, non darlo in pasto al caos. Per questo i colloqui adesso li conduciamo in luoghi isolati, e in sicurezza. Questo cubo ci da una certa garanzia che qualunque sia la natura del tuo potere, non danneggerà nulla al di fuori di queste pareti. Mi sei simpatica Fluo, ma alla prossima domanda non necessaria, sei fuori.
Questa volta non rise nessuno, Maat sembrava dannatamente serio.
– Cominciamo. – Annunciò con solennità Mazinga.
Maat spulciò tra i fogli che aveva in mano, avrebbe condotto lui l’interrogatorio.
– Hai mai ucciso?
– No.
– Con il tuo potere, intendo. Hai mai ucciso?
– So cosa intendevi. No, non ho mai ucciso, ho detto.
– Eppure solo stamattina hai avuto l’impulso di fare del male ai tuoi compagni. Se non ci fosse stato questo appuntamento, se non ci fossimo stati noi, se non ci fosse stato Il Cacciatore, avresti fatto loro del male? Li avresti uccisi? Non dirmi cazzate.
Fluo arrossì. Come facevano a sapere quella cosa? Era stata una stupida, doveva immaginare che tutte le loro conversazioni erano controllate e analizzate da qualcuno.
– Non lo so. Non ne ho la minima idea. Anche l’acqua più mite ogni tanto afferra qualcuno per le caviglie e lo trascina sul fondo. Ad ogni modo non l’ho mai fatto, credo sia questo che conti.
Maat prese nota delle sue parole, poi proseguì.
– Da quello che sappiamo, è molto grezzo il tuo tentacolo.
– Tentacolo?
– Sì. E’ così che è fatto. E’ un tentacolo controllato dalla tua mente, una lingua invisibile che agisce sulla realtà. I più bravi riescono a creare più tentacoli e dominarli come veri e propri arti. Il tuo mi sembra più che altro un tubo dei pompieri impazzito. Un toro infuriato che sbatte a destra e a sinistra cercando di disarcionare il suo cowboy. E’ già tanto che non ti sia uccisa da sola.
– Oggi ho chiuso una porta dall’esterno. – Asserì con fierezza. – Ho immaginato l’interno della stanza, l’ho visualizzata, poi ho afferrato la chiave e l’ho fatta girare.
– AH.
– AH – Scimmiottò lei con aria di sfida. – AH!
– Questo ti colloca ad un livello superiore, bene. Ma oltre al controllo, esiste anche la densità, la forza che il tuo tentacolo riesce a generare. Far esplodere una lampadina e spaccare un dente a una ragazzina non è esattamente quello che chiameremmo un’arma letale.
– Vuoi assaggiarla?
– Sì. – Rispose serafico Maat. – Mazinga, procedi.
Mazinga estrasse da sotto la scrivania una piccola pallina di gomma. – Sai cosa è questa?
– Sì, una pallina di gomma.
– Bene – Rispose Mazinga. Senza preavviso tirò indietro il braccio, caricandolo, poi catapultò la pallina in faccia a Fluo. La colpì nel centro della fronte.
– Cazzo – Disse lei.
– No – rispose Maat, – era una pallina di gomma. E tu hai fallito questa prova.
Un sapore ferrigno invase come una colata lavica la sua bocca. I peli del corpo le si rizzarono. La pallina che impazzava per terra come un canguro fuori di testa, si fermò nell’aria, fluttuando in modo spettrale. Lentamente prese quota, posizionandosi tra Fluo e Maat.
Nel cubo di vetro scese un silenzio denso di meraviglia e terrore. Anche Il Cacciatore, che vantava una tranquillità da monaco tibetano, vibrava di una sottile ed invisibile tensione. Lo sentì muoversi.
– Dovrei rilanciartela così forte da bucarti il cranio da parte a parte. – Disse minacciosamente Fluo.
– Non credo tu ne sia capace. – Replicò Maat. – Avresti dovuto usare il tuo potere in modo istintivo. Volevo verificare se il tuo subconscio era in grado di proteggerti attivando il tentacolo, a quanto pare no. Non hai coltivato quell’aspetto della tua telecinesi. Adesso per favore rimani così. Mazinga, procedi.
Mazinga estrasse un’altra pallina di gomma. – Te la sto per lanciare – Le disse. – Prova a fermarla. – Poi in una replica di uno squallido gioco infantile, Mazinga lanciò con tutta la forza che aveva la seconda pallina. Fu strano, quasi più strano della pallina che fluttuava. Il bolide di gomma ad un certo punto rallentò nell’aria, come se stesse attraversando una invisibile vasca d’acqua, poi riprese accelerazione. Si schiantò nuovamente sulla testa di Fluo.
Maat segnò qualcosa su un foglio. – La densità del tuo tentacolo è scarsa.
Il dolore in bocca divenne insostenibile. Fluo richiamò l’energia a sé. La pallina che sorreggeva con la mente ricadde sulla scrivania, bussando cupamente tre volte prima di rotolare via.
– E’ un male? – Domandò la ragazza.
– Per nulla – Rispose Maat. – Per noi è perfetto, meglio così. A dirla tutta, non abbiamo mai incontrato nessuno in grado di fermare la seconda pallina.
Un sorriso di gioia esplose sul volto di Fluo. – Questo vuol dire che ce l’ho fatta? Che sono passata? Che sono dei vostri?
Maat la squadrò lungamente. Mazinga scivolò con lo sguardo oltre le sue spalle, dove erano annidate le oscurità del mondo.
– Vuol dire che hai passato il test. – Concluse Maat, – Cacciatore, concludi la procedura di ammissione.
Fluo si girò di scatto, cercando con il suo, il volto del Cacciatore. Ora sarebbero stati insieme per sempre.
Lui le sorrise, andandole incontro.
– Che lavoro di merda – sentì lagnare in lontananza Mazinga. – E’ solo una ragazzina.
Il Cacciatore si fermò ad un passo da Fluo, che si alzò per abbraccialo. In quel momento vide che il suo angelo, che l’amore segreto della sua vita stringeva una pistola. Prima che potesse dire qualunque cosa, lui le puntò l’arma dritta in faccia.
Fluo sgranò gli occhi in un lampo di terrore.
– Che cazzo fai – Disse Maat. – Il cervello ci serve, mira al cuore.
Il braccio fermo del cacciatore abbassò di qualche grado l’arma, fino a inquadrare con la bocca della pistola il petto ansimate di Fluo.
– Cosa significa? – Disse lei.
– Che non ti devi fidare degli sconosciuti. Non te lo ha mai detto mammina?
Fluo guardò prima a destra, poi a sinistra, come a scuotere i pensieri congelati nella sua mente. – A cosa è servita tutta questa farsa? – Nel suo animo, Fluo si aggrappò all’idea che quello fosse la parte finale del test, che era tutta una prova per entrare nel regno.
– A capire se eri in grado di fermare i proiettili. – Le disse il cacciatore. – Ma non sei in grado di fermare nulla.
– Sei un Mostro. Lavoriamo per mandato del governo, di tutti i governi. – Le disse con una nota di crudeltà Maat. – Quelli come te li troviamo e li sterilizziamo dalla società. Il mondo ha già una specie dominante, e siamo noi.
Fluo provò a voltarsi per fuggire, come tanti anni prima. Ma era nel cubo, era nella gabbia. Non poteva andare da nessuna parte. Stupida Fluo, stupida ragazzina.
– Che ironia – Continuò il Cacciatore. – Non trovi?
Fluo si concentrò in un ultimo tentativo disperato di richiamare il suo potere. Ma la lingua le bruciava troppo. Due scie umide le rigarono le guance. Si ritrovò a guardare l’azzurro profondo di quello che era diventato l’angelo della morte. – Che cosa mi è successo? – Gli chiese.
– Buonanotte Biancaneve. – Le sussurrò in tono di congedo il Cacciatore. – Che rumore fa una mosca in trappola?
Da qualche parte sua madre la stava chiamando avvolta dalle fiamme della disperazione. Scusami mamma, mi sono dimenticata di dirti che ti voglio bene.
L’amore l’aveva ripagata con una moneta amara. Non sarebbe mai cresciuta, non avrebbe mai visto il mondo. Non poteva nemmeno mettere in disordine quel luogo per far sapere a qualcuno che era stata lì. Era un Picasso sepolto in una cantina.
Immaginò la Fluo di Berlino che se ne stava inconsapevole ad ascoltare musica sulla porta di Brandeburgo. Vivi per me, pensò. Azzanna il mondo.
Respirò.
Chiuse gli occhi.
La pistola fece Bzzz. Bzzzz. Bzzzz.

L.

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