Anselmo Preciotti era un uomo insoddisfatto.
E i suoi occhi sprizzavano umor nero.
E le sole risate, versate in settant’anni di vita, erano imputabili alle disgrazie altrui.
Lui, Anselmo, era un soggetto tanto funebre quanto anonimo.
Né alto, né basso.
Né grasso, né magro.
Né bello, né brutto.
Un appartamento trascurabile di periferia. Sfitto, all’ultimo piano e senza ascensore.
E tra una piccineria e l’altra, aveva raggiunto la sospirata pensione.
Così, per il giorno del suo commiato lavorativo, orchestrò una pensata risolutiva.
Un riscatto. Il suo.
Inghiottiva da sempre il giocondo vociare dei colleghi. Raggianti, in eterno.
Il tizio con il conto in banca rigoglioso, il tale con la moglie devota, il tipo con un pugno di figli altrettanto appagati.
Bla, bla, bla. Bocconi indigesti, rognosi.
E Anselmo era impotente, menomato. Abbandonato dal solluchero, giacché qualsiasi tentativo di stringere la mano alla Felicità si era rivelato un fiasco.
La Gioia, quella gran puttana, si concedeva a chicchessia, snobbandolo.
Pertanto, in lui c’era posto soltanto per l’Odio.
Ogni sua cellula era satura di bile. Tracimava disprezzo, eruttava livore. Velenoso, velenosissimo.
Dunque, quella mattina, messer Preciotti fece colazione con una generosa dose di chiodi.
Una scorpacciata, oh sì.
Un vero fachiro.
E si avviò, incrollabile, al suo bugigattolo. Al fianco, un compressore bicilindrico dotato di ruote.
Quindi, sul posto, salutati i giulivi come di consueto, inserì nell’ano il beccuccio dello scatolotto arioso, zelante nel mettere in opera il suo ingegnoso piano.
E il trabiccolo s’avviò babelico, e la pancia di Anselmo sussultò.
E si dilatava e s’ingrandiva.
E gigante, e tondissima, e tesa.
Attimi, questione di attimi e l’ometto deflagrò sotto gli occhi increduli del reparto. Al completo. Uno squadrone di feriti, mitragliati da spine d’acciaio.
Chi lamentava scalfitture alle gambe, chi urlava per le lacerazioni al volto, chi gridava trafitto nei gioielli di famiglia. Lo strazio corale.
E tutti sanguinanti, e tutti pesti, e tutti colpiti. E tutti certi di cavarsela con cotone e disinfettante.
Ma il malanimo di lord Bilioso non aveva limiti. O confini. Nemmeno pace.
Chiunque era stato trivellato dall’Astio, bucato dal Rancore, lacerato dall’Acredine.
A distesa. A frotte. A piene mani.
Il fiele delle piccole cose. L’amaro di un’esistenza ombrosa.
Un tramonto lento, inesorabile, che uccide nel quotidiano.
Ragion per cui, ciascuno dei suoi compari sarebbe morto. Finito dentro. Infettato nel profondo. Spacciato.
Proprio come Anselmo, un individuo appassito nell’intimo già da decenni e, da quel momento, defunto anche per l’anagrafe.

Vera Q.

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