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Da bimba, aspettavo con ansia un funerale.
Uno. Uno qualsiasi.
E questo perché avevo l’incarico d’essere, per la succulenta occasione, una figlia di Maria, qualunque cosa questo significhi.
Di fatto, sfilavo dietro al carro funebre con un lezioso velo di pizzo nero in capo, recitando il rosario. E con tutta la disperazione del caso. Come da rigide istruzioni pretesche.
Ero la star del momento.
Momentaccio, a ben vedersi.
E il concetto di morte mi era precluso: era una faccenda astratta e che capitava agli altri. E tale è rimasta per alcuni anni.
Poi, compresa sulla mia pelle la gravità di un lutto, ho abbandonato il Black Carpet. E al volo.
Dunque, chiesi al parroco di poter servire messa.
Permesso negato. Chierichetta, proprio no. Disdicevole. Contro natura. Eresia.
Sei una donna, mi disse.
E così, tutti uguali agli occhi di Dio, ma uguali di meno agli occhi del sacerdote.
Un uomo che indossa la gonna.
E che non è scozzese.
E ho detto tutto.
E mi domando quale fosse la morale di quel tipetto in tonaca, disinvolto nell’addestrare a piangere, e a comando, una bambina ignara e smarrito, invece, nell’accordarle l’opportunità di versargli del vino scadente.

Vera Q.

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