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Ok, basta. Pensò Dedaco, mentre gli anticorpi uscivano a fiume dalla covata di bambini sani e si allineavano come tanti soldatini alle spalle delle due fighette salutiste. Questo è troppo!
Del coniglio non c’era nessuna traccia, e la cosa la indispettiva ancora di più.
Era una brava ragazza, Dedaco, tantissime persone l’amavano, anche se in effetti non la sopportava quasi nessuno. Oltre ai suoi riccioli tentacolari e il naso da stronza, aveva una personalità invasiva. Le riusciva con una certa facilità dire agli altri quello che avrebbero dovuto fare. Sempre. Per il loro bene s’intende, ma in ogni caso era generosa di direttive imperiose. Non perdeva occasione per apostrofare i suoi amici con
sei troppo pigro,
sei troppo calvo,
dovresti vestirti più colorato,
i tuoi non sono gusti, è dislessia sensoriale,
le battone hanno un trucco più elegante,
ogni sigaretta è un chiodo di bara!
Per questo motivo il suo sabato mattina iniziava a scoppio ritardato. Le persone a cui voleva bene si radunavano in un bar a caso a fare colazione, ma nessuno l’avvisava prima di un paio d’ore. Preferivano godersi la tranquillità del mattino, respirare un po’ di libertà, fare due chiacchiere in pace, evitando così le fastidiose frustate morali che inacidivano le brioche durante il turno dell’aurora. Quando finalmente tutti si sentivano pronti, un coraggioso eroe consegnava ad un sms l’indirizzo per essere raggiunti. Dedaco era come la pioggia, era piacevole solo se durava poco.

Anche quel sabato mattina tutto si era svolto secondo la prassi. Il cellulare di Dedaco si era messo a fischiettare in prossimità delle 11.00, lei aveva letto il messaggio scuotendo la testa con diniego, e poi aveva inforcato la la strada verso il bar, già pronta ad obiettare su una decina di cose di cui ancora non sapeva nulla.
Fu a quel punto che vide il coniglio. Bianco, con il panciotto e l’orologio da tasca. Una imitazione cinese, pensò lei, e poi lo chiamò.
– Ehi tu, coniglio!
Il coniglio si voltò, in bocca aveva una carota marrone. Non aveva un bell’aspetto.
– Sì, dico proprio a te. – Insisté Dedaco – tu sei quello che prende le fanciulline e le conduce nel Paese delle Meraviglie? –
Il coniglio tirò fuori da una tasca uno zippo e accese la carota, che in realtà era un sigaro.
– Mi chiamo Virgil – rispose con calma il coniglio. – e per una carota condurrei un gufo sull’altare – e nel dire ciò le fece l’occhiolino.
– Molto bene – sentenziò Dedaco. Dalla borsa estrasse una carota e la porse al coniglio. – conducimi!-
Il coniglio la squadrò dalla testa ai piedi e aggiunse – Per te facciamo due!
– Facciamo niente! – ribatté immediatamente la ragazza. Poi si avvicinò rapidamente a Virgil somministrandogli un sonoro calcio nel culo. – Facciamo che questo giro è offerto dalla casa.
Il coniglio si massaggiò il sedere con la mano libera. Cazzo, pensò, potrei darmela a gambe. Ma l’ultima volta che mi sono messo a correre mi sono ritrovato nel reparto di terapia intensiva di un ristorante.
– Ok ok – replicò Virgil a Dedaco – solo perché oggi è la festa della racchia e la tua faccia è un ottimo certificato.
Questa volta il calcio fece rotolare il coniglio come una palla. – Muoviti, se non vuoi diventare un portafortuna appeso alla mia cintura!
Virgil si rialzò rassettandosi il panciotto, diede un’occhiata malinconica al sigaro schiacciato – Cristo – Disse, – hai il senso dell’umorismo di un cobra. Seguimi.

Quando raggiunsero il buco che conduceva al Paese delle Meraviglie, i due avevano fatto conoscenza, appianando le divergenze che avevano caratterizzato il loro brusco incontro. Fuori della tana campeggiava una grossa scritta: Lasciate ogni speranza, o voi che entrate.
– Sei sicuro che si passi di qui? – Gli chiese la ragazza.
– So distinguere un buco da una tomba
– Non sei per nulla rassicurante. Sarò pignola, ma quella scritta mi ricorda qualcos’altro.
– Hanno recentemente installo delle slot machine tra le meraviglie.- Le spiegò il coniglio – Non vogliamo grane con gli avvocati, la direzione ha deciso per un bel avviso per il gioco consapevole. Hai per caso il vizio del gioco?
– Per nulla, direi!
– Meglio, quelle macchine infernali ti fanno infilare le carote in posti che non diresti.
Dedaco gli diede un buffetto sulla spalla. – Sei un coniglio o un porcellino?
– Per una carota faccio anche la scrofa – disse, e poi le fece nuovamente l’occhiolino. E aggiunse – Con quel culo è meglio se vai avanti tu.

Vendetta, il tuo nome è una porta stretta. – Canticchiò Virgil nella mezzora in cui prese a calci il sederone di Dedaco per farla passare dal pertugio che conduceva al Paese delle Meraviglie. Quando finalmente riuscì a disincagliarla, la ragazza precipitò in un buio assoluto, atterrando un metro più giù, di faccia. – Tutto qua? – Chiese un po’ ammaccata.
– Che ti aspettavi?
– In Tv ho visto che si cadeva per un sacco di tempo, circondati da oggetti meravigliosi, e poi si planava dolcemente sul terreno, atterrando come una fata.
– Se avessi guardato meglio, avresti notato la piccola scritta “immagini a scopo illustrativo”. Questo è. Un metro di distacco dal mondo normale. Lo hanno chiamato Paese delle Meraviglie perché quando gli hanno dato il nome ancora non esisteva la Tv. Poi guarda il bicchiere mezzo pieno, se fossi precipitata in un crepaccio, con il piombo che ti trovi nelle chiappe, i dinosauri si sarebbero estinti una seconda volta!
– Chissà perché, ora che ho la bocca piena di terra, quello che dici mi sembra avere un sapore terribilmente normale.
– Normale è la divisa che dai alle tue abitudini. E devo proprio dirtelo, non le reggo le divise. Non si capisce perché con quel nome lì te la danno tutta intere. Mi fa uscire fuori di testa. Quindi non mi parlare di divise! Se proprio devi aprire bocca, è da ore che vorrei farti una domanda. Ragazzina. Posso? – Il buio si diradò per un secondo, quando Virgil accese ancora il suo zippo per infiammare un altro sigaro.
– Era ora. – Replicò Dedaco. – Vuoi sapere come mi chiamo?
– naaaaaa – disse sprezzante il coniglio – Quelli sono problemi tuoi. Mi chiedevo: che cazzo ci facevi con una carota nella borsa??
– Uff – Sbuffò Dedaco mentre fissava l’occhio arroventato del sigaro giganteggiare nelle tenebre. – Mi sono data alle colazioni crudiste. Mi porto sempre della verdura quando vado al bar. Solo che poi opto per cappuccino e brioche, e magari qualche pasticcino, giusto un paio. Facciamo tre. Tre o quattro, insomma. Un pasticcino per ogni dito.
– Preferire dei pasticcini alle carote? Assurdo. C’è qualcosa di insano nella vostra razza. – Il cerchio infuocato del sigaro si illuminò ancora di più, crepitando per quella lunga boccata. – Il Paese delle Meraviglie è di là. Alzati, e corri nella galleria buia. Corri più che puoi. Corri come il vento, e ad un certo punto ti troverai per magia in un giardino.
– Quanto veloce devo andare?
– 88 miglia orarie
– Stupido – gli disse con complicità Dedaco. Con la mano cercò nell’oscurità la testa del coniglio e gli diede una grattatina. – Allora vado?
-Vai!
– Tu non vieni?
– Io sono già lì
La brace del sigaro svanì. Era sola in un budello di tenebra. Nel silenzio assoluto si rimise in piedi, trasse un profondo respiro e partì. Prima qualche timido passo, poi una camminata sicura, a seguire una corsetta e infine una bella corsa, correva veloce, correva, correva sbracciando nella nera terra, correva come una pazza fino a quando dieci metri più in là si schiantò.
SBANG, la sua fronte contro il legno fece più o meno quel suono lì.
Al buio intorno a lei seguì il buio nella testa. Alle sue spalle esplose una risata fragorosa.
– HA HA HA HA HA
– Bastardo – gli urlò Dedaco dal suo mondo stordito– Hai spento il sigaro e hai trattenuto il fiato
– HA HA HA HA HA
– Lo hai fatto per farmi sbattere contro questa porta. Non sei un coniglio, sei una merda!
– HA HA HA HA HA
-Maledetta bestiaccia!
– Non te la prendere – gli urlò Virgil dalla notte – Adesso siamo pari, biglietto pagato!
Dedaco non riuscì a replicare con una maledizione, che la porta davanti a lei si aprì.
– Chi ha bussato?
C’era un bambino, un bambino sano, avrebbe scoperto più tardi.
– IO – Disse. Si rimise in piedi, tirò sul col naso, si massaggiò la fronte ed infine entrò.
Nessun giardino. Non c’erano fiori, non c’era erba, non c’erano siepi, non c’erano fontane, non c’era nulla. Quella era solo una enorme stanza scavata nel terreno. Un enorme salone che puzzava di terriccio e radici. Sulla parete dirimpetto all’entrata c’erano altre porte, ma sembravano sprangate.
Delle luci lampeggianti attirarono immediatamente la sua attenzione, erano le slot machine. Addossate intorno a una colonna come tanti scarafaggi luminosi.
– Ciao – Le disse il bambino.
– Ciao piccolo – Rispose Dedaco, – Io sono Dedaco.
– Io sono un bambino sano. Sei qui per giocare?
– No. Veramente sarei qui per il Paese delle Meraviglie
– Capisco. Allora ti chiamo le ragazze.
– Quali ragazze?
– Quelle per la presentazione. Prima di poter accedere alle meraviglie devi assistere ad una presentazione promozionale. Ma se non ti va puoi sempre giocare. Alla gente piace. Mi sembri giovane, hai un sacco di gettoni da consumare.
– Non ho voglia di giocare. Grazie. Chiamami queste ragazze, per favore. Oggi ho fame di meraviglie.
Il bambino fischiettò “Poker Face” di Lady Gaga e poi si allontanò. Dedaco lo osservò sgambettare fino ad un angolo della stanza, quando con stupore notò che non era solo. C’erano altri bambini tutti schiacciati gli uni agli altri come dei birilli. Erano bambini biondi, bambini mori, e c’erano bambini giapponesi, bambini africani, bambini assortiti insomma, tutti di bell’aspetto. Graziosi e in salute. Uno stringeva in mano una mela, uno aveva del succo d’arancia rigorosamente 100%, un altro degli spinaci in una ciotola. Del seitan, della soia. E poi ancora verdura varia, frullati vegetali e quanto di meglio la natura aveva da offrire all’Uomo per la sua corretta sopravvivenza.
– Non ci badare. – Cinguettò una voce femminile all’improvviso. – Sono quasi maturi. Tutta la covata di bambini sani è quasi pronta.
Dedaco si voltò, sorpresa da quella voce. Davanti a lei c’erano due ragazze alte e pallide, magre. Presiedevano un banchetto in stile mercato. Da un lato c’erano verdure crude tagliate in mille modi, dall’altro della frutta dall’aspetto un po’ appassito.

– E voi chi diavolo siete?
– Come? Siamo le ragazze per la presentazione. Ci hai fatte chiamare tu. – Disse una
– Hai proprio bisogno di noi – disse l’altra
– Queste sono deliziose crudité, salubri e appetitose armature per il tuo corpo – continuò una
– E questi sono magnifici frutti raccolti ai piedi delle piante, caduti per conto loro, il reparto di prevenzione delle malattie che ci fornisce la natura. – replicò l’altra
Somigliavano alle gemelline si shining cresciute. Erano inquietanti. Due biondine vestite alla moda con i capelli dritti come spaghetti. Gli occhi sembravano più grossi del normale, ma forse era colpa di quei loro faccini smunti e scheletrizzati. Non le conosceva ma già le odiava. – Facciamo in fretta! – Disse loro. – Mi state ammosciando la voglia di meraviglia.
Le due ragazze scossero le loro teste perfettamente pettinate.
– La fretta fa invecchiare – disse una.
– Non c’è niente di più meraviglioso di un pasto equilibrato – disse l’altra
E in quel preciso istante uno dei bambini sani esplose.
Poi un altro,
e un altro ancora,
come tanti palloncini. Le pareti si colorarono di rosso e umori vari.
Rosso asiatico. Rosso caucasico. Rosso africano. C ‘erano così tanti botti che sembrava capodanno.
Quando tornò a regnare il silenzio, le due ragazze si lasciarono scappare una risatina. – Che imbarazzo.- Disse una.
– Proprio ora. – Disse l’altra.
Dedaco era agghiacciata. Spaventata. Ma anche affascinata, del fascino che si prova a guardare un cane con due teste. Avrebbe dovuto voltarsi e scappare, ma le meraviglie non erano finite. Dai resti dei bambini sani iniziarono ad uscire delle cose, cose grosse come palloni. Si facevano strada tra le carcasse, anzi, uscivano proprio dalle carcasse. Erano brutti. Mostri. Anticorpi, per la precisione. A decine. Si facevano strada tra i corpi dei bambini sani per mettersi in fila dietro le ragazze.
– E’ stata una buona covata – disse una.
– E’ stata un’ottima covata – rispose l’altra.
– Tu non vuoi mangiare sano? – le chiese una
– Guarda che splendidi anticorpi – affermò l’altra
Ok, basta. Pensò Dedaco – Di salute si può morire – rispose. Poi il volto le si infiammò dalla rabbia. Era agitata e nervosa. Aveva paura. Iniziò a sudare. Le sue ascelle si strinsero così tanto al suo corpo da spremere sudore.
– C’è qualcosa di strano – disse una annusando l’aria
– Qualcosa di malsano – disse l’altra afferrandosi la gola.
– Dobbiamo rimediare – gridarono all’unisono. E come due lupi ben truccati, si gettarono a mani tese e fauci spalancate sulla loro mercanzia. Carote, sedano, cavolo cappuccio rosso, asparagi, cachi, mele, pere, manghi, banane. Si ingozzavano come tritacarne. Macinavano ogni singola fibra di verdura con quei loro denti bianchi ed affilati. Dietro gli Anticorpi sembravano agitati. Uno si inginocchiò e si afflosciò come una mongolfiera bucata. Ma l’attenzione di Dedaco tornò immediatamente sulle l’una e l’altra. Si stavano riempiendo di protuberanze. Una aveva un occhio gonfio, sembrava un bignè, letteralmente. L’altra non ci faceva caso, ma anche lei aveva un enorme naso a forma di cannolo. Ribollivano dentro, sotto la pelle qualcosa spingeva per uscire. Erano come due sacchetti di popcorn scoppiettanti. Un Anticorpo lanciò un grido agghiacciante e poi crepò. L’una e l’altra erano mostruose, la loro pelle erano lenzuoli presi a pugni dal vento.
Ci fu un botto enorme.
Un altro capodanno.
Anzi, tutti i capodanni del mondo in uno scoppio solo.
Le fighette erano saltate in aria. Al loro posto una pioggia di dolciumi, un caleidoscopio di cannoncini, fiamme, macaron, crostate, e per amor di dio quando quell’inferno di zucchero si placò, gli anticorpi erano tutti morti.
Il disgusto di Dedaco si era liquefatto immediatamente in una acquolina che le solleticava il palato. Non doveva farlo, lo sapeva, ma quei pasticcini erano invitanti, trappole per gli occhi. Allungò una mano verso uno e se lo mangiò.

Parecchie ore dopo Virgil comparve dalla porta, guardò dentro soddisfatto. Aveva in bocca un sigaro rosso.
– Te li sei mangiati tutti?
– Tutti – rispose sconsolata Dedaco. – Che dovevo fare? Sarebbe stato uno spreco…
– Ah HA – replicò il coniglio. Poi zampettò verso il banchetto delle verdure crude e lanciò uno sguardo bruciante di follia verso la cesta delle carote. – Perfetto. – Disse. – Ora sono tutte mie!
– Ma cosa diavolo è successo? – Domandò Dedaco al coniglio, mentre si puliva con la manica uno schizzo di crema pasticcera dalla bocca. – E’ stato un vero inferno.
– Lasciate ogni speranza o voi che entrate! – L’apostrofò Virgil, poi aggiunse, facendole l’occhiolino– Mia cara ragazzina, sei così tanto piena di conservanti che non appena hai messo piede qui dentro hai iniziato a farle fuori. Sei la mia bomba sporca. Magnifica creatura!
Dedaco piegò la testa in segno di sconfitta. Era stata usata. S’indirizzò mestamente verso l’uscita. – Faresti qualunque cosa per una carota, giusto?
– Esatto my darling
– Sei spregevole. Mi hai lasciata qui a combattere per te e te la sei filata
– Lo so mia cara, ma che vuoi farci, sono un coniglio.
– Nulla.- replicò Dedaco . Si voltò guardando Virgil con odio.
– Non mi guardare così, ragazzina. – La riprese Virgil. Poi afferrò il sigaro, che invece era una carota, e fece per lanciarglielo – E’ buonissima, ne vuoi? Facciamo pace.-
– No, grazie – Replicò Dedaco con una voce ostile. Invece di uscire, chiuse la porta a chiave. Estrasse un coltello dalla borsa e si girò verso il coniglio. – Sono più un tipo da bistecca. – Disse, e gli si avvicinò.

L.

(Questo racconto mi è stato commissionato da Dedaco, che ha una insana passione per il grottesco)

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