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Cari, care,
in attesa de “La bestia“, ecco a voi un piccolo estratto dal primo capitolo e l’introduzione a cura di Manuela Paric’, amica e scrittrice.

A breve l’ebook sarà online.
Con la mia solita lentezza, ovvio.

Introduzione

(di Manuela Paric’, scrittrice)

Il dilemma è sempre quello: essere o non essere?
Vera Q. affronta la questione da donna consapevole, ci si infila dentro con forza e ne tira fuori una risposta fatta di orrore e molteplici dolori.
Gli uomini sanno essere doppi, mezzi e trini.
Si arrovellano tentando di soddisfare ogni parte di se stessi e il più delle volte si arrendono, si perdono o si illudono; aggrovigliati e statici come spaghetti cotti e seccati al sole. Senza sugo, per giunta.
Cosa cerchiamo? Chi siamo? Impossibile rispondere. La vita spesso è una malattia oltre che un dono.
Di certo ‒ ne conviene Vera Q.‒ rimane la necessità di definirci: un lavoro, una casa, obiettivi, attitudini e piccole consuete felicità. Ricordi.
Ci piace essere persone semplici o crudeli.
Navigare sicuri senza brame di conquista o lottare per accaparrarci ogni centimetro di una libertà apparente.
Schiavi, ignavi, eroi o dittatori: tutti accomunati dal medesimo destino e dalla caducità, vera protagonista del tempo e del nostro essere uomini.
Ogni cosa per l’autrice appartiene alla morte… forse.
Dove risiede dunque la speranza?
A ognuno la sua.


Piccolo estratto:

1. Fuori

Enrichetta non stava mai male.
Anzi, non era stata realmente indisposta un solo fottuto giorno da quando aveva memoria di sé.
Nessuna malattia esantematica. Rari, rarissimi colpi di tosse. E la febbre o il raffreddore erano un lontano, quanto blando, ricordo d’adolescenza.
Tutta salute, ecco.
Il viso gioviale, aperto, sano. Due immutabili trecce bionde a cornice di un ovale pienissimo, larghe mani da contadina e cosce grosse come prosciutti.
Era quello il suo segreto d’immunità ai malanni. «Quel salubre strato di lardo impenetrabile anche dai germi», riferiva trillando ai clienti da dietro il bancone dello spaccio di famiglia; quello e la buona merce fatta in casa.
In cinquantasei anni, appena compiuti, non aveva mai lasciato il paesello natìo. Il suo viaggio più lungo l’aveva vista sconfinare di ben quaranta chilometri il perimetro della fattoria.
Non conosceva altro.
Il profumo del mare lo aveva annusato tramite l’ammorbidente per i panni.
Parigi l’aveva attraversata grazie ai canali satellitari.
E, per la miseria, era felice.
Lei accudiva galline.
Allevava conigli.
Mungeva mucche.
Si occupava delle pecore e dei maiali.
Da sempre e, presumibilmente, per sempre.
Di prendere marito non c’era stato verso.
E non si era trattato di un problema di domanda, Arturo sarebbe stato anche un buon partito, concreto e stabile come una delle sue vacche, ma Enrichetta non voleva ulteriori legami. Era una di quelle donne spicce, quelle che causano macchie. Non quelle che lottano per eliminarle.
Lei non sognava una nuova schiavitù e di alcun tipo. E un uomo lo era. Nel bene e nel male.

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