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Cari, care,
vi copio qualche piccolo estratto inerente “L’Altro”.
E come sempre, buona lettura.

Vera Q.

Introduzione
(di Manuela Paric’)

«Salve, signore. Dove vuole che glielo metta il suo mezzo chilo di cuore?»
«Sul davanti. Ovvio.»
A questo punto c’è da chiedersi di chi sia quel cuore, se il davanti sia un nuovo petto e se il macellaio sia una persona perbene.
Potrebbe anche essere una semplice conversazione catturata in un giorno di mercato. Potrebbe. Ciò di cui siamo certi è la presenza di un organo grondante di sangue di cui discutere.
Vera Q. fa tutto questo.
Incarta le parole nella velina unta del pizzicagnolo, te le porge con un sorriso e ti ruba il resto.
Anche il protagonista della sua storia si trova a dover fare i conti con il proprio pacchetto. Ben confezionato, sia chiaro. S’affretta a scartarlo e vi trova dentro qualcosa da bollire a lungo in pentola, qualcosa di morbido, carezzevole, qualcosa di vischioso e personale: tutto il suo mondo. Un mondo divorato, masticato e digerito: puro cannibalismo dell’anima.
In un gioco al ribasso affiora, pagina dopo pagina, una folle e violenta fame che non ha nulla a che fare con i bisogni goderecci di un uomo grasso.
Buon appetito.
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1. La fine

Il piccolo isolotto roccioso emerge lugubre dall’acqua immota, mentre il riflesso degli speroni di pietra affoga in un quieto mare scuro.
La Vita, qui, è ignorata dai colori. In questa landa desolata regna soltanto il silenzio.
Lo sguardo di chi osserva è catturato dal fitto bosco di cipressi che, posti al centro del quadro, dominano la scena dipanandosi in un frastagliato neo bruno, nero come una macchia d’inchiostro: la risultanza delle fatiche di un ragazzino maldestro alle prese con un vecchio calamaio.
Si scorge, sulla sinistra della tela, una risibile barca a remi, sulla quale una figura indistinta, luccicante e totalmente bianca accompagna una bara nell’ultimo viaggio.
Mia moglie Claudia, seduta, incollata e saldata al divano, e suo malgrado proprio sotto alla fedele riproduzione de “L’isola dei morti”, dondola ossessivamente tenendo strette a sé le due gemelle.
La bocca, la sua, riarsa dalla sete, si spalanca di quando in quando per pigolare qualche frase sconnessa, mirata a placare il fuoco che divampa nel mio animo.
Ma quando sanguini a lungo, il dolore ed il dubbio mutano in odio corrodendoti le viscere, ed è in quel preciso istante che sai di poter cambiare il mondo. Questa è la lezione che ho imparato. E lei, Claudia, è stata una vera maestra.
«Manuel, io ti amo, ragiona! Slegaci, fallo per le bambine!»
Sposto lo sguardo sulle piccole, pigro. Due involtini rosa avviluppati da spago.
Selene e Selina, di sette anni, quattro mesi e otto giorni.
Selene e Selina, una coppia identica di femmine in miniatura.
Selene e Selina, uguali in tutto e per tutto: aspetto, abiti e carattere. Indistinguibili.
Mi osservano entrambe da dietro le lacrime, giudicandomi.
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2. Incipit

Tutto è iniziato con l’arrivo dell’autunno.
Terminata la calura estiva, fatta di gitarelle al mare e gelati sulla darsena, Claudia aveva ripreso il lavoro a pieno ritmo.
Mia moglie gestisce un piccolo negozio dell’usato, uno di quei posti dove chi vuole disfarsi di qualche atrocità accumulata negli anni o, peggio, della mobilia dello zio d’America morto in disgrazia, è il benvenuto e può depositare il fagotto ingrato lasciandolo al bancone, in conto vendita. Negli anni, in bottega, ho visto transitare qualsiasi tipo di oggetto, il più delle volte quotato dall’affetto del venditore più che dal reale valore intrinseco.
L’attività ci ha sempre assicurato una modesta entrata secondaria, ed in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo, non è difficile comprendere che il “desueto” garantisca a molti la sopravvivenza.
Claudia ama definirsi un’artista e, come ogni esteta, soffre di frequenti innamoramenti incostanti, vissuti solo in parte. La scultura, ad esempio. Per mesi goffe statuette di gesso sono state il fulcro di noiosi comizi serali, inframmezzati da sporadiche coccole di sicuro non degne di una coppia rodata.
La pittura ha soppiantato il suo primo amore, decimando quel poco d’affetto che era rimasto a cementare un’esistenza a due. A quanto pareva, non potevo competere con i colori ad olio: non ho la pastosità sensuale di un rosso carminio.
Lei e la sua chioma scura erano dedite a scovare rarità, ed io ero l’assodato, il certo, l’uomo che l’assecondava per una carezza distratta.
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