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Alla fine tutto si riduce a due sole opzioni: fare o non fare.
Non so mai quale scegliere.
Se non faccio, e lascio che il fatto non si faccia, affogo nello spazio dell’incompiuto, disperandomi.
Se non faccio, e lascio fare ad altri, trovo difetti nel fatto e disfo.
E quindi rifaccio, rifasciata di scazzo.
Però se faccio, ed a quel punto come faccio, faccio, ho fatto ed è fatta.
Tutti fanno, s’industriano, s’impegnano, producono senza mai lasciar fare, sempre e solo in prima linea.
Ma poi ritrattano, distruggono, smantellano, demoliscono.
E ciò che era fatto si sfascia.
E il mondo gira lasciandoci alla mercé della nostra produttività improduttiva. Fattiva di fatto e disfatta nei fatti.
E dunque facciamocela a farcela!
Noi si passa dal dire al fare, saltando a piè pari il mare.
E il baciare? E la lettera? E il testamento?
Annò, il testamento lo facciamo.
Oh là! Finalmente un fatto definitivo. Qui non si ritratta. Trattasi di memoria perenne del nostro alacre fare terreno.
Eppure, senza mai smentirci, anche nell’ultimo fatto, in quello fondamentale, nella summa verace dei fatti davvero fatti, siamo… sfatti giacché in queste “ultime volontà”, taluni ai fatti fatti aggiungono una buona dose di negazionismo.
Un fatto fatto mai fatto, quindi. A dispetto dei fatti.
E diamine, questo è l’unico fatto fatto che sarebbe bene non disfare!

Vera Q.

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