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Quello che non dovete fare, è pensare che Mood Indigo sia un altro Favoloso mondo di Amelie.

In Mood Indigo la metafora è il linguaggio, il codice su cui è fondato il film. Non è una storia di personaggi trasognanti che sovrappongono agli spigoli della realtà le linee morbide del sogno.
Non ci sono scogli di normalità a cui aggrapparsi.
La pellicola è un flusso senza fine di invenzioni visive, fantasiose, surreali, che all’inizio sembrano divertire tutti, ma che allo spettatore poco incline all’agilità mentale, alla lunga possono disturbare, saturare, nauseare, intasare la mente nella continua ricerca della traduzione.
Tutti quelli che hanno dimestichezza con il linguaggio onirico si troveranno a casa, ma comunque non ci staranno bene, perché

Quello che non dovete fare, è pensare che Mood Indigo sia una pellicola dolce e malinconica, triste magari, dove l’asperità del dolore e del quotidiano sono attenuate dalle continue proposte immaginifiche ed allegoriche, perché sarebbe falso. Mood Indigo, la schiuma dei giorni, è un film amaro. “Le cose cambiano” dice il protagonista, “Le persone rimangono sempre le stesse”, e così è. I sentimenti, il dolore, gli umori, si rivelano all’esterno, nel mondo, mentre i personaggi rimangono inchiodati nei loro binari, apparentemente poco empatici, poco emozionati, poco vivi, quasi delle creature meccaniche.

Quello che non dovete fare, è continuare a leggere, perché se non lo avete già visto, potreste scoprire qualcosa del finale.

Infatti è nel finale che il film si toglie la maschera, rivela la sua anima, mostra il suo volto cupo, amaro.
Chloé ha una ninfea nel polmone, e se per certi versi questa cosa può apparire poetica, nella traduzione dalla metafora Chloé sta morendo, soffre, e il costo di quella sofferenza prosciuga le vite di chi le sta intorno, di chi la ama, prosciuga ogni gioia, ogni luce, e tutto comincia a marcire. Il dramma di chi deve convivere con la malattia si consuma e consuma tutto, anche l’ostinazione di un amore adolescenziale. I fiori appassiscono sul corpo di Chloé, e anche questa immagine è una visione di morte, macabra, di una donna ammalata che distesa nel suo sudario di sofferenza si circonda di fiori secchi, come una tomba abbandonata.


La schiuma dei giorni è come un’onda che si schianta sulla spiaggia, mettendo tutto in moto, in movimento, in subbuglio, saturando gli occhi con il suo flusso, e che poi lentamente si ritira, inafferrabile, lasciando dietro di sé solo la spuma, il silenzio, l’immoto, e la certezza che quell’onda non rivivrà mai più, respiro consumato del mare.
Esiste solo il presente.
Non c’è nessun consolante paradiso, la vita ci sfugge rapidamente dalle dita, precipita inesorabilmente verso il silenzio, e tutto quello che possiamo fare è vivere l’
adesso, per poi aggrapparci ai ricordi e galleggiare fino a quando tutto quello che siamo stati non svanirà per sempre.

L.

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