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Tutto è iniziato con la claustrofobia.
Poca roba, invero. Nulla di invalidante.
Ho volato alquanto basso.
Niente ascensore per anni.
Ho scalato grattacieli sfoderando gambe buone nella speranza, tragicamente vana, di mantenere almeno un sedere decoroso.
Ma l’età ed il fumo, ben presto, hanno stravinto sulla fobia.
Così, decisa ad avere una nuova ansia, ho soppiantato l’angoscia dello spazio angusto con uno splendido terrore del temporale fino a renderlo ossessivo.
Brontofobia!
Incute timore, è innegabile.
Osservare il cielo con diffidenza alla ricerca della tempesta perfetta per profetare catastrofi naturali con me sepolta sotto chilometri di fango.
Passatempo breve, tuttavia. Non sono riuscita a convincere il mio inconscio.
Sono migrata, allora, sull’intramontabile: il buio. Ho anni di film horror nelle pupille a dimostrazione di quanto sia concreta la minaccia globale in assenza di luce.
Qualche scricchiolio sinistro, batticuore, lampada accesa di prepotenza. Null’altro.
Certo, un mio piede penzolante oltre il materasso non ci finirà mai. Ma tralasciando questa essenziale regola di sopravvivenza, la nictofobia non mi calza.
Ed eccomi qui, nuda. Senza mostri immaginari da gravare di colpe.
E ciò è male: io necessito di un’ossessione farlocca.
Un qualcosa di fantastico che mi terrorizzi quel tanto che basta per potermi dichiarare serenamente insana, unica via di fuga dalla vita.
Io voglio coltivare un personale spauracchio: lo strazio da debiti è troppo comune e reale. Lo abbiamo tutti.
Voglio la testa piena e solo di onirici uomini neri.
Perché di palle piene di brutture veraci ne ho a sufficienza.

Vera Q.

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