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C’è poco da fare: l’insofferenza ci affligge.
Incontrare qualcuno che proprio, a pelle, non va giù.
C’è poco da fare: qualsiasi frase, gesto, od anche un pallido sguardo, li catalogheremo sempre al negativo.
Il malcapitato non salirà mai la china della nostra stima.
Esso, il più delle volte ignaro del nostro mal digerirlo, si macchia costantemente di crimini.
Spocchia, magari.
Furberia, forse.
Vanagloria.
Od un banale sbattere di ciglia.
La nostra allergia non necessita di una logica necessariamente veritiera: tutto per noi stona, tutto è sopra le righe, tutto è infelice in quella persona. A prescindere. Reale o meno. La nostra corteccia. L’epidermide che urla il suo disagio.
E’ bene, tuttavia, evitare la ricerca di un confronto. Non ci sarebbe nulla di costruttivo.
Partiamo allertati, con un guanto di pelle infilato nella mano destra a sorreggere un coltellaccio da macellaio.
E’ sanguigno il nostro rifiuto: è repulsione ancestrale, è la pelle.
E’ un ricordo, un imprinting.
Chissà dove, nel tempo, le nostre “pelli” si sono date appuntamento lacerandosi. Un rovinoso, amaro, sdrucito e fatale incontro.
E’ tutto registrato nell’inconscio.
Non cerchiamo un nuovo contatto. Non c’è stata empatia a coronare l’istante, replicare sarebbe ostinazione bella e buona.
Sarebbe uno squarcio aggiuntivo sulla pelle già sbranata.
Sarebbe, insomma, un’ulteriore “rottura di pelle”, direbbe Lino Banfi.

Vera Q.

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