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Vorrei precisare che quello che scrivo non è sempre necessariamente vero o corretto.
Neppure a livello grammaticale.
Rigurgito quello che penso, quando lo penso e se lo penso. E se non lo penso, nulla mi vieta di pensarlo.
Non uso la scrittura per rimettere insieme brandelli d’infanzia o superare un qualche sommerso trauma: ho un analista perfetto per questo, il mio gatto.
Utilizzo espressioni dialettali, invento vocaboli, rispolvero parole dimenticate, e sì, sono anche sboccata.
Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese. Neanche la nera africana. (Se non sapete questa, dieci ore in ginocchio sui ceci)
Ma ho trovato il mio centro di gravità permanente nelle parole.
Non c’è nulla di più terribile, apocalittico, infernale, spietato ed acutissimo del rimescolare frasi.
Ed io mi crogiolo nella ricerca di appuntiti spigoli sui quali far battere le lingue altrui.
Quindi non siate in pena per una logorroica grafomane: io non sto elaborando lutti, li sto progettando.

Vera Q.

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