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Adoro lo zombie.
Lo adoro lento, romeriano.
Un essere goffo, talvolta impacciato nelle movenze eppure implacabile.
Lo adoro anche in versione infetto, scattante ed iracondo.
Morto, non morto, quasi morto: va bene tutto.
Lo sogno. M’insegue almeno una notte su sette.
Sono esperta, espertissima.
Mirare alla testa, sistematicamente.
Scarpe comode ed assicurarsi una seconda via d’uscita, sempre.
Lo zombie non ha sentimenti, nessun residuo di umanità alberga in quelle membra in putrefazione.
Macchine di morte senza alcuna empatia.
Milizia schierata, ostinata e solida nell’unico intento: nutrirsi.
Il vigore dello zombie risiede nella coesione, nel gruppo.
Uno sciame.
Uno stormo.
Un branco.
L’unione fa la forza, dice il proverbio.
Semplice, come “natura” ci insegna.
Infatti proprio oggi, nel nome del genuino, un’orda di zombie con un pallone da calcio come meta perfetta, e travestiti da tifosi, ha portato a termine l’attacco memorabile legando al palo, squartando e decapitando un arbitro reo d’aver accoltellato, ed ucciso, un giocatore.
Un trofeo poi, la testa del direttore di gara, è stata esposta con orgoglio.
Un applauso corale!
Una ola speciale per l’arbitro demente, zombie dotato di lama, e vuvuzela a tutto spiano per l’inarrivabile mandria di zombie. Giustizieri che, spinti dalla fame d’equilibrio, hanno liquidato un loro pari.
Tra simili ci si intende subito.
La realtà che surclassa la fantasia.
Ma il prossimo che mi contatta dicendomi: “Però Vera, certo che scrivi cose davvero macabre“, sarà mandato cortesemente affan… – cade la connessione –

Vera Q

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