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Quello che non paga, non è l’amico stronzo che si alza sempre per ultimo al tavolo della pizzeria, non è il cliente che ha preso tutto/e non ha dato niente, non è nemmeno una metafora, un giro di parole, un’accusa specifica ad un nome ed un cognome. Quello che non paga è esattamente quello che è, tutto ciò che non porta conio, e nemmeno riconoscenza.

L’istruzione, che contrariamente a quello che pensava mia madre, non serve a costruirsi una vita, a trovarsi un lavoro, ma solo ad essere più consapevoli del proprio fallimento. Un disoccupato con la dovuta istruzione è un marinaio che ha smesso di guardare il cielo.

Il talento, che nel nostro Paese vale quanto una fionda contro un T-Rex. Non importa quanto sei bravo, perché uno più inserito di te vivrà la tua vita e i tuoi allori. Un talento non riconosciuto è come un seme piantato nel cemento. Meglio del talento sarebbe possedere una cricca, fare parte di un Clan, avere un cognome già talentuoso di suo. Il problema non è farsi conoscere, ma farsi riconoscere, dalle persone giuste si intende.

La competenza, che al netto delle tasse ha il peso di una monetina di rame. Troverai sempre qualcuno disposto a dirti e che ci vuole. Quattro parole che trasformano un professionista in un imbranato che fa del tempo da perdere la sua masturbazione quotidiana.

La responsabilità, o la dedizione se volete, ma è anche senso del dovere, il valore di una persona. Essere puntuali tutti giorni sul lavoro, produrre alacremente, fare gli straordinari, fare il bene dell’azienda o del tuo capo. Impiegati, operai, che regalano ore della loro vita, che fanno quella mezzora in più perché il lavoro deve essere finito, che quasi si vergognano a pretendere i cinque minuti di pausa o il giorno di ferie. Masticati e consumati come cicche, e poi sputati sull’asfalto quando non hanno più sangue da offrire all’altare del profitto. Perché la crisi sta arrivando, oltre la barriera, e tra tutti gli imprenditori che la crisi la sentono veramente e soffrono e muoiono, ci sono anche i lupi. Grassi e opulenti lupi che pur di non abbassare di una tacca il loro stile di vita falciano indistintamente i dipendenti per avere soldi adesso, subito, da buttare nella fornace del lusso e dell’agiatezza. Un mese, cinque anni, sette anni, donna, uomo, non importa chi sei o cosa hai fatto per me, se devo scegliere tra la tua vita e un buco in più sulla mia cintura, è sempre la tua vita la cosa che mi costa meno.
La lealtà, che fa il pari con la dedizione. Perché essere leali, in questo Paese, non significa essere persone di principio, ma è l’equivalente del capitano che si incolla il culo sulla nave, mentre affonda. Gli altri, i non leali, avanzano e proliferano, e si arricchiscono, e moltiplicano i loro piccoli benefici, trattando il rapporto tra persone come quello con le compagnie telefoniche, che a cambiare spesso si ottengono i vantaggi.

La beneficenza, quella intellettuale intendo, quella di qualcuno che ti dice scrivi gratis per ora poi si vedrà. Ma non si vede mai, perché la verità che non vuoi dire a te stesso è che loro sono parassiti e tu il bovino inerme che li alimenta. Chiedono, ordinano, comandano, e nemmeno un grazie, la moneta degli sciocchi, nemmeno quello per portare in positivo il bilancio della giornata.

La scrittura, che tra le arti è quella che sulla bilancia dell’oro vale meno, perché qualunque scimmia con un diploma medio o grande è in grado di tenere in mano una penna e imbrattare un foglio di parole. E che ci vuole, l’alfabeto lo conoscono tutti. Le parole sono a disposizione di chiunque. Perché dovrei pagarti per questo? E io dico: certo. Dico: hai ragione, mentre penso che con la stessa vernice puoi imbiancare una stanza o dipingere un Picasso.

Certe volte ho l’impressione che il nostro Paese sia fatto a forma di stivale solo per calpestare la gente.

Anche il domani ha il sapore della polvere.

L.

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