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A mio padre.

La tua maglia non ha più il tuo odore.
L’ho annusata troppo, mi dico.
Forse avrei dovuto chiuderla in un sacchetto ed accontentarmi di guardarla dal cellophane.
Non so di che materiale sono fatti i ricordi, ma di certo non è qualcosa di morbido.
Mi taglio ogni volta.
Per anni ho messo cerotti a tamponare la solita ferita ora, invece, guardarmi sanguinare mi fa sentire viva.
Ho ancora il tuo numero nella rubrica.
Sapessi quante volte ho sentito il bisogno di comporre quella stupida sequenza di tasti.
Quel che più mi tormenta è non riuscire a focalizzare la tua voce.
E mi sforzo, e mi concentro, e raccolgo idee e pensieri ed è così difficile, ed è così frustrante.
Sapessi quant’è frustrante.
Almeno in sogno, ti prego, parlami.
E tutte quelle stronzate sul tempo che passa, unico vero Medico del Dolore, beh… posso assicurarti che sono, per l’appunto, tutte stronzate.
Ti respiro ogni giorno, soltanto che talvolta soffoco.

Questa non è Vera Q.
Questa sono io.

 

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