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La lingua, ogni lingua a quanto pare, si fonda sull’esaltazione del maschio.
Mattugguarda! Non ci avevo fatto caso.
Fortunosamente c’è chi ne sa più di me e m’insegna.
Sarà che quando tratto la parola “uomo” in un contesto generale la vivo e la consumo come “individuo”.
Sarà che, per me, il termine “ministro” è declinabile allo stesso modo anche al femminile poiché si tratta di una carica governativa che, a parer mio, non indica un genere, ma una specifica lavorativa.
Vigile, senatore, medico, architetto, avvocato, direttore, presidente, persino dottore, studente, poeta e scrittore: mestieri, nulla più. Che siano dotati o meno di pene.
Se viro al femminile è solo per non generare incomprensioni.
Temo che parlare del poeta Alda Merini o dello scrittore Elsa Morante mi costerebbe un interlocutore quantomeno interdetto.
Tuttavia, ad esempio, la Sig.ra Merini esercitava il “lavoro” di poeta, qualcuno che scrive poesie.
Nulla, sono in fallo.
E sono anche discriminante, è lampante.
Faccio pubblica ammenda e mi cospargo il capo di cenere.
Però, mentre “l’intellighenzia” m’istruisce invitandomi a perdere un retaggio maschilista che neppure sapevo di possedere, a Sondrio, oggi, si è consumata l’ennesima tragedia familiare ai danni di una donna.
Botte selvagge e ricovero in ospedale con il volto sfigurato.
Un’infermiera devastata da un ex dipendente ospedaliero (infermierE, magari, giusto per rimanere in tema semantico), moglie e marito per inciso.
La fallocrazia esiste. Esiste eccome.
E non certo in campo grammaticale, fidatevi.

Vera Q.

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