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Questo pezzo l’ho scritto come cappello introduttivo alla trasmissione radiofonica che si occupa di cinema, Cinemex, che va in onda su RadioVillageNetwork

Prendete l’inizio per esempio. A volte l’inizio è solo l’inizio, come cominciano le cose, come si pianta il seme e come poi crescono le piante. Altre volte invece l’inizio è la fine e la fine è l’inizio, o entrambe le cose assieme, come in Memento di Christopher Nolan. Un film che rovescia il piano narrativo come un chirurgo rovescia il suo guanto da macello. Non ci sono regole nel cinema, non c’è uno schema, un modo preordinato, un bon ton da rispettare per cominciare bene. A volte è un: piacere, sono a spasso con Daisy, altre è un: vai a quel paese, sono Tony Montana. E se non tutti hanno il carisma di Tony Montana, magari hanno la sua stessa faccia, come Pacino/Sonny in“Quel pomeriggio di un giorno da Cani” di Sidney Lumet, che inizia mettendo in scena una giornata qualunque di New York, ritmata dalle note di Amoreena di Elton John, e che accompagnano lo spettatore dalla panoramica della città fino al particolare del protagonista. Immagini, musica, atmosfera. A volte sono così gli inizi, docili, ritmati, a rilascio lento. Altre volte invece sono vincolati a delle necessità, a volte devono subito porre le basi, spiegare, mettere in chiaro. E nel 1977, con “Guerre Stellari” questo significava far scorrere sullo schermo un piccolo papiro che si perdeva nell’oltre spazio, tanto tempo fa in una galassia lontana lontana. Ed era davvero lontana questa galassia, perché delle tre trilogie scritte a riguardo si è scelto di partire con quella di mezzo, affidando al papello iniziale uno sbrigativo riassunto delle puntate precedenti. Perché si inizia anche così, con poche righe a seminare le basi di un mondo alternativo. Ma se pensiamo all’incredibile lavoro creativo e di stile fatto da Zack Snyder in “Watchmen”, con quei primi minuti di film che valgono da soli tutta la pellicola, in cui il futuro alternativo fatto di super eroi viene presentato in modo perfetto, in cui l’ucronia prende lentamente vita, manifestando il lento distaccamento dalla Storia che tutti conosciamo alla Storia che infuoca il cosmo di watchmen. I mondi si “desincronizzano” ed ecco che alla parata di celebrazione per la vittoria degli alleati a New York nel ’45, il marinaio arriva qualche secondo in ritardo, e si fa soffiare il celebre bacio con l’infermiera da un’eroina mascherata, e nulla è più lo stesso. Gli Usa dominano il Vietnam, Nixon diventa un piccolo imperatore romano. Anche questo è un inizio, un inizio grandioso, ma l’inizio può essere anche una rifondazione, come ne “La casa 2” di Sam Raimi, dove viene rigirato uno spot riassunto del primo film per porre nuove basi, nuove fondamenta, come a dire allo spettatore, anche se c’eri, è così che è andata ed è così che andrà avanti. Poi uno si siede in sala a vedere “Lost in translation” di Sofia Coppola, e dal nero emerge un primo piano lato B di Scarlett Johanson, e sì, si parte anche così, iniziando di culo.

L.

 

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