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Alan tirò su col naso, proprio non gli riusciva di sigillare il moccio tra le narici. Diciassette anni e sembrare un perdente. Si palpò lentamente le tasche dei jeans in cerca di un fazzoletto usato, ma le tasche erano vuote come i suoi pensieri. Diede un’ultima occhiata fuori dalla finestra, chi se ne frega, si disse. Dopo una lunga pernacchia si svuotò le nari sul candore bianco della tenda, tanto non importerà più a nessuno. A te importa qualcosa Ma’?
Sua madre si limitò a seguirlo con lo sguardo mentre lui si stravaccava sulla poltrona. Ad Alan piaceva vivere nel disordine, ma quello era un disordine più disordinato del solito. Se avesse avuto un certo preavviso, probabilmente avrebbe sistemato un po’ casa, o almeno ci avrebbe provato. Boccheggiò assaggiando l’aria come un cane. Cazzo, il frigo è vuoto. Ma anche quello non sarebbe stato più un problema. Doveva solo aspettare. Avrebbe dormito? Si abbandonò alla poltrona come se si stesse sciogliendo. Quella mollezza non gli fu di nessuno sollievo, doveva parlare con qualcuno. Rovistò sotto il suo culo ossuto in cerca del cellulare, quando lo portò all’orecchio era muto. Un altro lo avrebbe lanciato con violenza contro la parete, ma gli scatti d’ira non gli appartenevano, Alan era un tipo calmo, a discapito dell’apocalisse. Lasciò scivolare il cellulare a terra in mezzo al resto del pattume. Valutò la situazione, e siccome c’era ancora elettricità, era possibile che il caro vecchio telefono domestico funzionasse ancora. Alzò la cornetta, e quando lei gli diede del tu, fu ben felice di quella confidenza.
Un ghigno amaro gli attraversò il viso quando lo sguardo cadde su quel libro idiota che gli aveva regalato Bucio (Bucio di culo per gli estranei, Bucio per gli amici, e lui era un amico, almeno prima che litigassero furiosamente). “137 cose da fare prima di morire”. Che libro stronzo, si disse. E Bucio, stronzo lo era veramente, doveva avere un certo sesto senso per avergli fatto quel regalo, perché la velata ironia della cosa lo pungeva dietro gli occhi, quasi a incitare le lacrime. Ma anche quello non aveva più importanza. Chiamare Bucio per insultarlo non aveva senso, anche se si erano odiati per quasi un anno, Bucio era uno giusto, uno che in una situazione come questa avrebbe saputo cavarsela alla grande. Da tutta la vita si preparava alla Zombie invansion, o così è quello che diceva: datemi retta ragazzi, il mio cazzutissimo nonno è esattamente come quei dannati mangiacervelli carne morta. Quando vuole un abbraccio prima ondeggia marciandoti contro, e poi fa un piccolo sprint finale come se avesse il pepe al culo, provando ad agguantarti. Ma io è tutta la vita che mi alleno a schivarlo, e quando il mondo sarà invaso dagli zombie, sarò inafferrabile come una saponetta in una doccia piena di carcerati.

E alla fine gli zombie erano arrivati. Tombe scoperchiate, gente macellata per strada, apocalisse insomma, e lui aveva un posto in prima fila, con la sua palazzina degradata con panorama sul cimitero.
Compose il numero a memoria.

– Bucio?
– Ehi, Alan bello, stavo proprio pensando a te. Come te la passi?
– Uno schifo, grazie. Hai visto che casino? Da non crederci…
– Lo dicevo io, tutta quella gente che bestemmia, mica può andare bene a Dio. Certo, è un tipo paziente, ma anche la pazienza ha una data di scadenza. Ho sentito che dalle tue parti è stato un mattatoio, ti sei infilato in macchina? Te la stai battendo?
– Naaa, a Dio quando gli girano manda gli angeli a fare piazza pulita. Questa è più una cosa da esperimento dell’esercito fallito, da virus extraterrestre. Comunque sono rimasto qui a casa, fuori è un puttanaio, quei bastardi hanno una fame…
– Mi spiace fratello, cerca di barricarti in casa, non dare nell’occhio. Vedrai che qualcuno verrà a prenderti. Soldati, un carrarmato, un elicottero, o qualcosa del genere.
– Si certo, si faranno il culo per venire qui…
– Ehi, bello, non ti abbattere, questo non è un film. Il governo non lascia la gente a morire nelle case. Te la caverai. Come sono? Tanti?
– Una fottuta legione. Si sono ammassati sulla cancellata del cimitero che è venuta giù come un ramo secco. Sono ovunque.
– Cristo santo… ma come sono? Lenti? Quelli lenti li puoi schivare. Sei magrettino e agile, quelli lenti te li ripassi come una liceale sbronza ad una festa.
– Sono delle lepri. Dei maledettissimi centometristi. Bava alla bocca, occhi infuocati, e un razzo nel culo. Ci sono anche quelli lenti, certo, ma di quelli lenti adesso ce ne sono pochi.
– Merda…
– Esattamente quella.
– Posso fare qualcosa per te amico? Vuoi che faccio qualche ricerca su come tenere a bada i morti incazzati? Magari su internet trovo un manuale…
– No Bucio, lascia stare. Non è per questo che ti ho chiamato. Era per quel libro? Te lo ricordi?
“137 cose da fare prima di morire”. Mi è ricapitato tra le mani e mi sono accorto di una velata ironia, una cosa divertente, da un certo punto di vista.
– Non penso che dovremmo parlare di certe cose…non ti aiutano
– No dai, non è come pensi.
– E com’è allora, Alan bello
– Dopo l’invasione, dopo che hanno infestato il quartiere, un minuto dopo la mezzanotte di quella cazzo di apocalisse, sono inciampato sul libro che mi avevi regalato, così gli ho dato un’occhiata. Beh, più di una occhiata, ho avuto un sacco di tempo libero ultimamente, diciamo che l’ho letto tutto. 137 cose da fare prima di morire, ti rendi conto? Sono un sacco di cose, veramente tante. Uno si aspetta di averne fatte almeno la metà. Se non la metà un trenta per cento? Beh, ecco l’ironia.
– Quale ironia?
– Ne ho fatta solamente una. Capisci? Solo una di 137.
– Non lo trovo ironico, lo trovo tragico, amico mio.
– Ecco, l’ironia sta nel fatto che è successo proprio oggi. Altrimenti stavo a zero.
– E quale sarebbe?
– La prima della lista. E’ anche importante, se ci pensi bene. Riabbracciare una persona cara.
– Amico, sono lusingato, ti perdono anch’io. Sei sempre un fratello…
– Non lusingarti, Bucio, non mi riferivo a te. Intendevo mia madre. Ho riabbracciato mia madre.
– Alan bello, tua madre è morta…
– Ed è proprio qui che arriva l’ironia. La avverti? Fammi sentire la tua risata, Bucio, ti prego, non lasciarmi in questo inferno silenzioso, fammela sentire … l’ironia
Il telefono si zittì, assieme a tutte le luci del quartiere che si spensero all’unisono. La notte era arrivata con un balzo. Nell’oscurità Alan non sentì più nessuno masticare. Sua madre aveva finito con suo padre. Ci fu un altro gemito, era solido. Sembrava quasi che potesse toccarlo, uno sguardo affamato che lo cercava.

L.

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