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All’inizio non ero affatto convinta, io sto bene da sola.
Poi i soliti noti, incapaci di farsi i fattacci loro, mi hanno messo davanti alla triste realtà: la solitudine, per quanto deliziosa, porta all’entropia emozionale.
A nulla è valso spiegare loro che non ci sia nulla di più ordinato del disordine mentale e, tra un discorso ed un caffè, mi hanno persuasa a cercare un coinquilino.
La scelta è ricaduta su L.
L. si è presentata alla mia porta a settembre di cinque anni fa e con una sola valigia.
Non sapevo molto di L., anzi a dirla tutta, non avevo fatto alcun tipo di indagine.
Giovane, fin troppo.
E scontrosa, fin troppo.
Colazione, pranzo e cena insieme e pochi altri contatti durante la giornata per finire le serate insieme sul divano.
L. è di poche parole, tuttavia quando si fa sentire, lo fa lamentandosi: una nenia spallante che azzero rincuorandola.
In questi anni la nostra amicizia si è cementata anche se, non lo nego, mi sento spesso usata.
Sì, più volte ho accarezzato l’idea di urlarle a muso duro: «Prendi i tuoi quattro stracci e vai per la tua strada!», tuttavia ho desistito. La stronza sa sempre farsi perdonare i suoi eccessi d’ira, maestra di moine ed ammaliatrice come qualunque essere di genere femminile.
In più, e questa è una mia colpa, le ho presentato un compagno.
Se avessi solo immaginato che con un fugace incontro L. sarebbe rimasta incinta, beh… ci sarei andata molto più cauta.
Ed ecco comparire nelle nostre vite W., figlia di L.
Bella croce.
W., a differenza di sua madre che affronta la vita di petto, teme persino la propria ombra.
Inoltre, che rimanga inter nos, l’ho soprannominata “the Brain”.
Già, non spicca per acume.
Si capiva fin dalla tenera età che non sarebbe divenuta premio Nobel per l’Arguzia.
Ricordo L. sulla soglia della sala chiamarla a gran voce e W. muovere i suoi primi passi in direzione opposta.
Scena vista e rivista.
Incommentabile.
Più di una volta mi sono intromessa nel rapporto madre/figlia: ho sottratto W. dalla collera di “mammà” che, furente, le mordeva il capo.
Avete presente il Conte Ugolino? Ecco, identica metodologia.
In quell’occasione L. ed io abbiamo discusso in modo violento. Non sopporto la prepotenza ed L., dopo numerosi urli verso la mia persona, l’ha capito.
Aggiungiamo poi l’incapacità di W. di ricordare le più elementari regole di convivenza.
Se ti scappa la pipì o peggio la popò, non puoi semplicemente chinarti e farla sul pavimento: il bagno è stato appositamente inventato per espletare i bisogni primari.
Certo che l’abbiamo portata da un dottore, che domande!
Sia L. che io, forse inabili ad educare un piccolo, abbiamo chiesto aiuto.
«Nulla di grave – ha detto il medico – è solo tardiva…»
E così, con il nostro fardello “tardivo”, ci siamo limitate a vivere.
Ora che W. è grandicella la correlazione affettiva si è consolidata ed L., nonostante l’età, trascorre intere ore a giocare con lei.
E’ migliorato anche l’apprendimento di W. così come lo stare tutti insieme: adesso, pur rimanendo perennemente guardinga, sa farsi voler bene.
Quel suo cipiglio sbarazzino fa sì che io le perdoni gli innumerevoli disastri che la vedono protagonista.
Tende rotte, bicchieri rotti, soprammobili rotti e palle rotte.
E’ opportunista come sua madre ma del resto, se avessi voluto qualcuno pronto a farmi le feste a comando, avrei scelto un cane.
Dannatissime gatte, che farei senza di voi?

Vera Q.

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