Tag

, , , , , ,

Solidarietà.

Mi capita spesso di sentirmi ovattata.
Lenta, ecco… quasi stentassi a carburare.
Questo accade ogni mattina appena sveglia e si protrae per almeno un paio d’ore nonostante il provvidenziale aiuto della caffeina.
Nel resto della giornata, non brillo certo per prontezza di riflessi, tendo a rimuginare sulle questioni di qualsiasi natura esse siano, creandomi pause mentali per decidere al meglio.
Meglio che mai si rivela tale, essendo io un’insoddisfatta cronica.
Scatta la molla dell’essere perfetta, retaggio inaffondabile di un’educazione severa, che invece di spronarmi nella ricerca del “corretto” mi porta a commettere errori grossolani, proprio perché, come Penelope, disfo e rifaccio la stessa tela all’infinito.
Correggere per sbagliare e non il contrario.
Sono pur sempre una donna, dalle forme bonsai d’accordo, ma pur sempre donna, non pretenderete da me coerenza.
Mi barcameno tra mille dubbi contagiando chiunque con le mie mille domande senza risposta.
Ed in tutta questa armonia fittizia mi accade d’incontrare chi accentua le mie ansie appositamente.
Già, esistono persone che, cogliendo la tua sottile preghiera di venirti incontro, sollevano barricate invalicabili, forse per dimostrare a sé stessi di essere qualcuno o qualcosa.
Tu, affettatore di arrosti, tu che lavori in un remoto paesino della campagna inglese, tu che sei palesemente di origini indiane, tu che parli un inglese pessimo quanto il mio, tu hai dimenticato cosa significhi essere stranieri e solidali.
Lo so che sei stato accolto in terra anglosassone con tutto l’odio possibile, non penserai che qui in Italia, gli stranieri, godano del beneficio del dubbio: tutti ladri, tutti delinquenti e tutti a rubarci il lavoro.
Lo so che devi aver ingoiato rospi grossi quanto tacchini per riuscire ad aggiudicarti questo lavoro e so anche che non sarai mai perfettamente integrato, rimarrai sempre l’indiano che lavora per un inglese.
Vitaccia, nulla da dire.
Siamo sempre i “terroni” di qualcun altro.
Ed a quanto pare, cambia la lingua, ma non la sostanza.
Per cui se ti chiedo quale sia il menù odierno e tu lo declami, di proposito, alla velocità del suono, è normale che io non capisca.
Sono straniera, proprio come te.
Ho difficoltà oggettive, le stesse che hai incontrato tu.
Se me lo ripeti alla velocità della luce, ghignando, è normale che io rimanga nuovamente a bocca aperta senza aver compreso neppure una singola parola.
Se infine ti scocci e mi sbuffi in viso, facendomi intendere che stai perdendo tempo e la fila incalza ben capirai che sia normale risponderti: MAPORTAMIUNPO’QUELCHECAZZOVUOI.
In perfetto inglese, eh.

Vera Q.

Per acquistare il mio libro (ebook) su amazon: Io sono morto

Per acquistare il mio libro (ebook) su amazon: 2017 A.D.

Per acquistare il mio libro (ebook) su amazon: La scatola di cioccolatini di Silvia… (e di altre crudeltà)

Annunci