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La luna non lo avrebbe protetto.
Anche se nella boscaglia si sentiva al sicuro, prima o poi sarebbe dovuto scendere verso la grande acqua, dove l’erba era più tenera, dove i suoi fratelli e le sue sorelle andavano ogni notte, seguendo disciplinatamente il passo delle madri.
Una volpe gli passò accanto.
Tutt’intorno pulsava un silenzio denso di vita. Fruscii, respiri smorzati, frullare d’ali. Un uccello notturno scandagliava nel buio nella speranza di avvistare un sollievo per i suoi appetiti.
Annusò l’aria in cerca del branco.
Percepì l’odore della femmina che si era curata di lui quando occhi di fuoco aveva ucciso sua madre. Ogni volta che tardava, lei lo aspettava in coda al gruppo, pazientemente. Lo faceva per dargli coraggio, percepiva il suo terrore nello scendere verso la grande acqua e attraversare il territorio di caccia di occhi di fuoco.
Occhi di fuoco si era preso anche il suo cucciolo, ora era lui il suo cucciolo.
La luna brulicava nel cielo, formicolando attraverso i rami scrollati dal vento come una cosa viva, potente. Ma lui sapeva che non era così, che anche quella era una illusione. Alla luna non importava nulla di loro, delle loro esistenze. Vegliava sui loro passi, diradando l’oscurità, ma non annunciava mai il disastro. Non prendeva mai parte alla tragedia con un bramito, un gemito, un lampo di dolore. Era testimone, nello stesso modo in cui sono testimoni i sassi.

Con lo zoccolo picchiò contro la corteccia di un castagno, cercando di aprire una breccia. Forse per quella sera poteva sfamarsi solo di quello, come avveniva durante l’inverno.
Masticò un po’ di corteccia, non aveva un buon sapore. Se avesse continuato così nei giorni a venire, all’arrivo della prima neve sarebbe morto.
Doveva scendere, lo sapeva. Gli altri cervi non lo avrebbero aspettato, e arrivare alla grande acqua da solo sarebbe stato ancora più duro. Con i palchi vellutati si fece spazio tra i rami, pestando con forza gli zoccoli sul terreno per farsi sentire dalla sua altra madre, per farle sapere che doveva pazientare, che sarebbe arrivato.

Anche la notte in cui Occhi di fuoco aveva assassinato sua madre, quella vera, la luna era appesa nel cielo come un piccolo sole pallido. Questo pensiero gli fece venire un brivido di terrore.
Tutto quello che sapeva, tutto quello che gli avevano insegnato, tutto quella che era, non era servito a nulla. Occhi di fuoco non era un comune predatore. Occhi di fuoco aveva qualcosa di soprannaturale, qualcosa che andava oltre il loro mondo.
Ad Occhi di fuoco non interessava mangiare, ad Occhi di fuoco piaceva solo uccidere.
La notte in cui sua madre morì, lo aveva lasciato indietro, era appena un cucciolo. Lei aveva preferito andare in avanscoperta per controllare che non ci fossero pericoli. Tutto era come sempre, tranquillo. Lui la osservava da dietro un cespuglio, mentre la luna esaltava con la sua luce la linea elegante di quella sagoma fulva.
Era bellissima.
La sua morte durò meno di un istante.
Dalle tenebre emerse un ruggito, lunghissimo, senza fine. Come se la creatura che lo aveva emesso avesse polmoni grandi come il mondo, come se quel mostro non avesse bisogno di respirare. Non ci fu il tempo di capire da dove veniva. Subito dopo apparve Occhi di fuoco. Gigantesco, molto più grande di un cinghiale o di un orso. Immenso. Piantò quei suoi occhi fiammeggianti su sua madre lanciandole così il suo incantesimo. Ci fu un urlo, il suo grido di battaglia prima di colpire. Era come quello di un aquila, di un rapace, ma molto più acuto e potente. Più intenso. Più agghiacciante.
In un battito di ciglia se la portò via.
La carcassa di sua madre era ancora lì da qualche parte. Occhi di fuoco non l’aveva divorata, si era limitato a farla a pezzi.

Tutti avevano paura di Occhi di fuoco, ma chi non lo aveva incontrato non poteva immaginare cosa significasse fronteggiare una creatura con gli occhi di fiamma. Due cavità vuote e brucianti pronte a divorare ogni vita.

La sua altra madre lo stava aspettando appena dopo la terra nera, dove il bosco era finito e la terra era pianeggiante.
Si voltò per fargli coraggio, poi svanì oltre lo sguardo. Tutti gli altri già stavano bevendo nella grande acqua e mangiando l’erba verde e fresca.
Se fosse tornato indietro, se fosse fuggito, anche la sua altra madre non l’avrebbe voluto più.
Timidamente balzò in avanti. Si guardò intorno, spaventato. Doveva correre, doveva procedere, andare oltre. La luna lo fissava, indifferente.
Le ginocchia tremarono, Occhi di fuoco era lì.
Fece appena in tempo sentire il suo ringhio senza fine, piegò la testa alla sua sinistra. Due occhi incendiati lo scontornarono nell’oscurità. Il suo cuore scalciava così forte che presto il suo petto sarebbe esploso. Doveva scappare, doveva correre. Nessuno corre più veloce di un cervo, nessuno può raggiungerlo una volta entrato nella boscaglia. Ma l’incantesimo era già su di lui. Le zampe non si mossero, il corpo non si mosse. Poté solo fissare ebete Occhi di fuoco che già gli era addosso.
L’ultima cosa che sentì fu quel grido atroce, quello strillo che ghiacciava il sangue nelle vene, poi la luna prese a vorticargli intorno prima di cadere a terra e non essere più. Credette di vedere l’altra madre, disperata, che aspettava il suo altro figlio che non sarebbe arrivato più. Ma anche quella era una illusione, anche quello era un sogno, lui era morto, e tutt’intorno c’era solo la notte.
Occhi di fuoco emise un altro lungo, interminabile ringhio.

Cazzo! urlò l’uomo uscendo dalla sua macchina distrutta. Cazzo di un cazzo di un cazzo maledettissimo! Con la manica si ripulì un fiotto di sangue che gli ruscellava dal naso. Avanzò di qualche metro, ondeggiando timidamente in direzione del cervo morto. Gli lanciò una occhiata ostile, priva di compassione. Cervo di merda, gridò. Mi hai distrutto la mia fottutissima macchina.
Imprecò di nuovo, e più forte. Che Dio ti stramaledica! L’uomo si abbandonò ad un pianto singhiozzante, disperato. Avrebbe voluto che qualcuno lo sentisse. Ma non interessava a nessuno, nemmeno alla luna.
Una volpe gli passò accanto, invisibile, un pasto servito la stava aspettando.

L.

 

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