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La frenesia natalizia, quest’anno, mi ha sopraffatta con largo anticipo.
Fanatismo altrui, beninteso: per me il 25 dicembre è una giornata uguale al 3 marzo piuttosto che al 17 settembre.
Che io sia atea non ne faccio certo mistero.
Non addobbo la casa e non festeggio la giornata in quanto tale, piuttosto beneficio della festività per condividere con le persone che amo un arrosto degno di tale nome.
Tutti i giorni è Natale, quando c’è un arrosto in tavola.
Lonza, parlo di lonza. Il porco è godibile in ogni sua forma e non me ne vogliano i vegetariani.
Ho, per par condicio, l’accortezza di servirlo con le patate. E questo dimostra la mia insensibilità dichiarata verso il mondo animale e vegetale: divoro tutto.
Quest’oggi, complice il frigorifero vuoto, ho raggiunto il supermercato per arraffare qualsiasi cosa che potesse in qualche modo essere classificato sotto la categoria cibo.
All’ingresso, due ragazze agghindate da Babbo Natale distribuivano coupons promozionali, mentre un jingle prettamente a tema intasava l’aria.
Nulla che possa scalfirmi: il mio macinino dispensatore di canzoni contiene una discreta selezione di brani scelti dalla sottoscritta che, tramite auricolari, mi garantiscono una sufficiente autonomia.
Così, con il volume del lettore musicale settato al massimo, ho iniziato il consueto giro per gli scaffali cercando di estraniarmi dal garrulo contesto festaiolo.
Pia illusione: nulla era come la settimana scorsa. Sono stata catapultata in un mondo alieno, dove le mie certezze sui ripiani conosciuti si sono infrante.
Io compro a memoria. Se la pasta, fino a ieri, era piazzata nella quarta fila dopo il tonno, mi aspetto di ritrovarla al medesimo posto anche oggi.
Panettoni, dolciumi, cesti ricolmi di qualsivoglia alimento, frutta esotica, decorazioni, statuine per il presepe, lucine, spumante… e che cazzo! Ho consumato le suole per raggiungere il reparto latticini.
E qui, sulla sacrale scelta dello yogurt, ho compreso di volermi addormentare adesso per risvegliarmi il 7 gennaio, a feste finite.
Una signora di mezza età con tanto di crocifisso al collo, impregnata di spirito natalizio dalla testa ai piedi, ha iniziato a parlarmi.
Le faccio cenno d’interrompersi: ho le cuffie, posso al massimo leggere il labiale.
Niente, imperterrita insiste nel monologo mostrandomi un libretto.
Colgo tra una nota e l’altra qualche parola: “nipote, Natale, adatto”.
Non sono un genio, ma ho dedotto che volesse un parere sul libro da acquistare per il nipote.
Poso lo yogurt, spengo la musica e le chiedo di ripetere per essere certa d’aver compreso il suo quesito.
Mi guarda accigliata sfiatando: «almeno imparaste la nostra lingua visto che venite da noi a far da padroni!»
E se ne va.
Ora, non mi è chiaro se portare un crocifisso faccia della persona che lo indossa un fervente cattolico, ma temo di no. La fratellanza, uno dei precetti fondamentali racchiusi nel simbolo che costei, senza coscienza alcuna, sfoggia, non rientra nel suo vocabolario.
E non so sia vero che a Natale tutti sono più buoni, eppure un convincimento lo ho: taluni rimangono i soliti stronzi.

Vera Q.

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