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Gli scrittori non sono individui comuni.
Non sono proprio persone, sono esseri sospinti dall’arte che mal si sposano con il volgo.
Sone anime elette dal Verbo, figure eteree ed evanescenti.
Lo scrittore, infatti, non mangia.
Egli nutre il suo sarcofago di carne, laido involucro che lo separa dall’essenza, soltanto per poter continuare a scrivere.
Lo scrittore non dorme.
Egli pensa ad occhi chiusi. E riflette anche per 12 ore filate.
Egli non utilizza il wc ma, suo malgrado, si piega ai capricci fisiologici approfittando di quei minuti di solitudine per organizzare mentalmente il prossimo capitolo del suo lavoro.
Ebbene, io sono uno scrittore.
Oggi, popolani, ho costretto il mio corpo in una mansione gravosa e sgradevole: gettare la spazzatura.
Oh, qual sciagurato impiego! Oh, il putridume che avanza!
Cinque sacchi, non uno… cinque.
70×100, recitava la confezione esplicitando le dimensioni di ciascun sacco.
Una zavorra improba, gravosa e sgradevole.
L’ho per caso già detto?
Ordunque, in quanto scrittore, vanto una mente brillante ergo, ho disincagliato la carriola dalla cantina per adagiarvi sopra la gravosa e sgradevole immondizia.
Una splendida torre pendente gravosa e sgradevole.
Uhmmm… mi suonano già sentiti questi aggettivi.
Sicché, armatami di forza e tenacia, ho iniziato a sollevare l’abietto carico.
Cingle, cingle.
Risuovana la ruotina sgonfia della dannata carriola.
Cingle, cingle.
Le borse ricolme di lordura dondolavano.
Ho percorso il vialetto con successo, ciabattando.
Già: l’acume da scrittore mi ha suggerito di dirigermi ai bidoni in pantofole.
Terminato il primo tratto, ecco pararsi dinnanzi ai miei occhi le scale.
Ora, soltanto un genio potrebbe pensare di utilizzarle con una carriola zeppa di rifiuti.
Ma io sono uno scrittore ed in quanto tale, sono pervasa dal talento!
Primo gradino.
Lieve scossone con leggera virata a sinistra.
Meno sei.
Secondo gradino.
Sobbalzo sostenuto e relativo smottamento dei sacchi.
Meno cinque.
Terzo gradino.
Dolore insopportabile alle mani strette ed arpionate sulle manopole della carriola e forza di gravità tragicamente sfavorevole.
Ed ahimè, sul quarto gradino, l’infida ciabatta ha dato fortait sfilandosi dal piedino amoroso dududadadà.
Crollo e tracollo.
Nell’ordine: lancio della carriola verso l’infinito, lancio della ciabatta nell’aere, lancio del pattume in ogni angolo del globo più rovinoso pattone di coccige della sottoscritta sullo scalino.
«Bimba mia, che sfacelo! Stai bene?» – un plebeo d’età drasticamente avanzata mi ha raggiunta con fare preoccupato –
«Chetati, o proletario, non angustiarti oltre – ho risposto pervasa dall’ars – non sono caduta: ho soltanto voluto saggiare la dura pietra per comprendere meglio i patemi dell’uomo e trarre ispirazione».

… cazzo che botta.

Vera Q.

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