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Recarsi dal dottore non è mai cosa gradita.
Neppure l’esame di routine, quello fatto una tantum per silenziare la nostra coscienza, lo affrontiamo a mente sgombra.
Ci scoccia calarci nel ruolo del “paziente”.
Non è pazienza quella che ci contraddistingue mentre ci bucano le vene o ci sottopongono alla mercé di macchinari futuristici, è angoscia.
Angosciante angoscia, niente altro.
Mangiamo male, raccontandoci addirittura la fiaba dei prodotti biologici per consolidare la convinzione che sia realmente mercanzia sana quando, tra smog ed inquinamento, ci converrebbe cercare un contadino con spaccio al pubblico situato su Marte.
Beviamo solfiti, zuccheri sofisticati, coloranti, additivi il tutto MAI freddo di frigorifero che non fa bene allo stomaco.
Ingurgitiamo farmaci dai bugiardini luciferini, coltiviamo neoplasie dormendo con il cellulare inserito nelle mutande sperando in un lunghissimo trillo… e che l’aver posizionato la suoneria sulla scelta “vibrazione”, ci allieti la nottata.
Ma, sopra ogni cosa, respiriamo.
E se dovessi fare l’elenco di quali sostanze saturano i nostri polmoni, vi attrezzereste nel prendere fiato una sola volta al giorno.
Va da sé che ciascuno di noi sia ben conscio del fatto di non essere esente da malanni improbabili e che, il dottore, sia colui che sancisce la misura della nostra salute.
L’unica consolazione, per altro magrissima, è crogiolarsi nell’idea che lo sportivo salutista James F. Fixx, inventore dello jogging, sia morto d’infarto.
Così, come tutti voi, mi sono arresa davanti all’esigenza di un’ecografia.
Nulla di speciale: esame non invasivo da farsi in pochi minuti.
La parte da esaminare era il seno.
Il petto per le signore, così come la prostata per i signori, rientrano nella fascia protetta: quella soggetta a mille “se-ma-perché-però” legati al timore del tumore.
Quindi, un po’ spaesata, mi accomodo nella stanza dove un medico dall’età indefinibile stimata dai 100 a 3000 anni, mi tempesta di domande.
Era inverno ed ero intabarrata da maglione e cappotto.
Finito l’interrogatorio m’invita a spogliarmi.
Levo tutto nascosta dietro il paravento, rimanendo in slippino e calzette: una gioia per la vista.
Costui, frattanto, preparato l’ecografo, mi attende.
Et voilà, mi mostro a Matusalemme avvicinandomi al lettino.
Ed “ello” mi guarda.
Accortosi della mia ansia stempera il gelo della camera puntando l’indice alla volta delle mie costole: «ahhh, bastava dirlo! Non serve l’ecografia, è sufficiente che si metta in controluce!»
Anziano, mi stai dando della piatta e secca, per caso?
Lo fisso muta.
Ride, poi sorride, poi abbozza una sola fila di denti, poi diventa una maschera di cera comprendendo d’essere stato poco garbato.
«Sono toscano, nato e cresciuto a Pisa abbiamo sempre la battuta pronta!» – s’inventa una scusa plausibile –
«Lo so, lo so… – bonaria – non sono toscana, ma conosco bene i toscani, i vostri modi di dire, l’arguto ed aspro campanilismo tra Pisa e Livorno…» – uggiolo compiacente –
Finisce la visita ed arriviamo ai saluti.
«A posto allora, buona giornata!»
«A lei.. e PISA MERDA!»
Ho riso, poi ho sorriso, poi ho abbozzato una sola fila di denti, poi sono divenuta una maschera di cera comprendendo d’essere stata poco garbata.
Ma diamine, che soddisfazione!

Vera Q.

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