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Io posseggo una Panda.
Una Panda color Panda.
Una Panda immatricolata nel 1998.
Vi sarà facile intuire che a me, dell’auto, importi davvero poco.
Considero la mia scattante vettura come un mezzo di trasporto e nulla più.
Per molti mesi, sul cofano, ha capeggiato una bestemmia, colorita espressione dedicata al Creatore ed incisa da qualche garbato timorato di Dio: soltanto un credente inveisce contro il suo credo. Un ateo, se apprezza il linguaggio scurrile, offende, nel caso, la persona, non certo un’entità astratta.
Il mio mulo da soma, oltre a numerosi traslochi, si è sobbarcato il trasporto di una betoniera senza neppure annaspare e, cari miei, ho inserito addirittura la quinta.
Ovvio in discesa, ma sono dettagli questi.
Attualmente, la macchina è ricoperta da uno strato di polvere ed incrostata sul tettuccio da escrementi di passerotti. Che saranno anche caramellosi esserini di dimensione tascabile eppure, dalle deiezioni, si direbbero degli albatros.
Pioverà prima o poi, so attendere io.
L’interno è un portacenere, potete trovare cicche in ogni dove.
Tuttavia, di quando in quando mossa da compassione, mi occupo della disinfestazione dei sedili e del cruscotto e questo avviene solo nei giorni dispari di anni particolari, universalmente riconosciuti come prediletti dagli astri celesti.
Mai, quindi.
Ditelo, non siate timidi: guido una carretta lurida.
Ebbene, questo non mi crea alcun particolare prurito.
Eppure vedo gli altri automobilisti grattarsi.
Sono rispettosa dei limiti di velocità e preciso che la mia totale osservanza verso il cartello stradale non sia solamente dovuta alla fobia della multa con immediata pira sacrificale della patente, bensì legata alla mia incolumità.
Amo la mia Panda, ma ho ben chiaro che sia attendibile quanto i programmi elettorali.
In strada, in superstrada ed in autostrada, vengo costantemente superata.
Non importa quanto sia il limite, non importa se in mezzo alla carreggiata domini la doppia striscia continua, non contano neppure le condizioni atmosferiche: l’idea di accodarsi ad una Panda, seppur per qualche chilometro, raggela qualsivoglia automobilista.
Laddove il sorpasso presenti ragionevoli difficoltà, i miei “followers”, strombazzano all’impazzata, facendo leva sul mettermi fretta.
Li sento rombare alle mie spalle, vogliosi di leggere il quadrante dell’orologio posto sul mio specchietto retrovisore da tanto s’avvicinano al bagagliaio.
Solitamente, però, leggono il mio labiale che dipinge le loro madri quali donne di malaffare.
Vorrei dire a costoro, nella fattispecie uomini con grosse cilindrate sotto le terga, che il loro martello pneumatico dell’amore non subirà diminuzioni di lunghezza seguendo il mio potente mezzo di locomozione e non ci sarà alcuna onta da lavare con il sangue nell’attendere che la carreggiata sia libera per sfrecciarmi accanto e sverniciarmi la fiancata.
Inoltre, che l’abbiate piccino, io lo so.
E lo evinco da una semplice constatazione.
Dopo tutta questa tiritera, avendo ristabilito il vostro maschio orgoglio nell’aver finalmente guadagnato la pole position a discapito di una vecchia Panda sporca, vi piazzate davanti a me, decelerando.
E se poi vi sparo gli abbaglianti nella schiena, non lamentatevi.

Vera Q.

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