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Quella “strana” sono io, da sempre.
Eppure non ho mai commesso gesta così eccentriche da poter vantare tale nomea.
Togliamo le cazzate dal panorama detto vita, quelle le facciamo tutti.
Accantoniamo le giornate drammaticamente ferali, poiché la luna storta non è annoverabile tra le stranezze ed avremo un essere noiosamente ordinario: me stessa.
Andrebbe capito, a questo punto, quale mai possa essere l’effettiva semantica di “strano”.
Non so se sia o meno strano avere in casa un quadretto in legno raffigurante Vlad Tepes.
Io ce l’ho.
E mi piace anche. Mirabile la tecnica con cui è stato realizzato e soggetto che adoro in quanto sedicente vampiro.
Ho il mio personalissimo angolo del kitsch, già.
Tuttavia non vedo differenze da chi appende una natura morta.
E’ implicito che piaccia il genere.
Questo non mi rende una vampira assetata di sangue, tantomeno rende l’acquirente di nature morte un feticista della pera, con tutti i doppi o tripli sensi del caso.
E’ strano non amare i fiori recisi?
A me non sembra.
A me pare strano infiocchettare la tavola imbandita con un mazzo di cadaveri profumati, per quanto ancora bellissimi, che marciranno nel giro di pochi giorni sprigionando odore di cimitero, non certo il mio prediligere la contemplazione della natura in natura.
L’avere peculiarità specifiche e magari inusuali non associa gli individui alla stranezza, semplicimente ce li descrive per quello che sono.
E’ “strano”, secondo me, quando incontriamo persone che vogliono avere ragione a tutti i costi, quando ci ignorano ponendosi come superiori, quando una discussione diventa sterile laddove non c’è ascolto.
Questo è davvero strano: siamo costruiti per socializzare eppure ci precludiamo la possibilità di dare e ricevere, negando addirittura la parola, unico vero strumento di comunicazione.
Non si tratta di stravaganza od originalità della persona, adesso siamo nel campo dell’incomprensibile.
Senza scambio rifiutiamo la possibilità di crescere.
E’ un suicidio.
E’ “strano”, cribbio!
Giorni addietro, uscendo dal negozio di un tabaccaio qualunque, mi sono accorta d’avere nel palmo il resto sbagliato.
Torno sui miei passi aspettando, paziente, il mio turno.
«Guardi che mi ha dato il resto sbagliato…»
«Ah! Mi dispiace lei è già uscita dal negozio doveva controllare subito, prima di uscire: lo dice lei che è sbagliato!»
«Ma ho acquistato le sigarette solo due minuti fa…»
«Per favore…»
Nulla, qualsiasi argomentazione io volessi affrontare è stata indirizzata all’uscio.
Non sono riuscita a scalfire la sua corazza impenetrabile senza aver modo di poter interagire con lui: egli aveva Ragione, io Torto.
E sia, ho beccato “lo strano”.
Non combatto “lo strano”, lo catalogo come tale e lo evito.
E lo faccio perchè è una stranezza insensata, qualcosa che esula dall’insolito, insomma è il suicidio di cui sopra.
Ed inoltre, con i 10 euro in più dell’errato resto, ho fatto benzina.

Vera Q.

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