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Piantatene uno, cresceranno solo alberi di pietra.
Sono semi sterili, vuoti, altri. Gli orti in cui vengono interrati si chiamano cimiteri, sono semi che tornano sempre alla terra, mai dalla terra.
Sono i morti.

E i morti non tornano, a meno che non sia un sogno, a meno che non sia un film di George A. Romero.

Ne “La notte dei morti viventi” sono stati descritti come la metafora del Vietnam, una messa in scena dei tabù primordiali dell’uomo, una critica al razzismo congenito degli U.SA. Ne “L’alba dei morti viventi”  sono diventati l’incarnazione feroce del consumismo, del capitalismo fagocitante dell’occidente. Ne “il giorno dei morti viventi” il dito teso si è spostato verso il militarismo, verso l’Uomo che è peggio dello Zombie, ma “il giorno dei morti viventi” era già il declino di una tetralogia che iniziava a perdere idee e spinta creativa, e ne è piena dimostrazione “la terra dei morti viventi”, capitolo conclusivo della saga girato vent’anni dopo il numero tre. “La terra dei morti viventi” vorrebbe essere una critica alla decadenza dell’animo umano, un inno a Babilonia la grande, una descrizione da fine impero romano, dove gli esseri umani sono degradati fino a diventare un’altra tipologia di zombie, quelli morti dentro. Ma il film non funziona, non ha forza, è un film fuori tempo massimo, fuori contesto, fuori dalla storia.

Nel 2007 arriva nella filmografia di Romero “Diary of the Dead” (in italiano “le cronache dei morti viventi”) e qualcosa cambia nella lente di ingrandimento che mette a fuoco la miseria umana. La critica universale sfuma verso una dimensione più intima, più personale, al centro dell’attenzione ora ci sono quelle che in tutti i film con zombie io chiamo scintille di follia, ovvero tutte quelle situazioni che si innescano nel dramma di una perdita, e della perdita che ritorna in vita e aziona un nuovo dramma: figli morti tenuti in cantina, marito innamorato che non riesce a staccarsi dalla moglie, fattoria con zombie tenuti come bestiame, migliore amico che resuscita ma non si ha il coraggio di ri-ucciderlo, ecc ecc.

Oggi, molto più interessante della critica sociale, o politica, sono la descrizione di queste situazioni in cui emergono le persone e le loro debolezze, in cui la follia feconda un contesto fino a farlo germinare in una piccola tragedia. Un esempio è la bella serie Walking Dead (tratta dall’omonimo fumetto)

Gli zombie sono il terreno perfetto per questo tipo di innesti, a differenza di altre creature soprannaturali, molto più nobili o sofisticate, il morto vivente non è svuotato di tutto ciò che rappresenta l’Uomo, non prende distanza dalla sua vita precedente, al contrario ne è saturo, è gonfio di tutte le deviazioni, le ombre, i desideri, le aspettative, i ruoli sociali, le cose buone e le cose cattive, e ogni altro umore che possa marcire all’interno della gabbia costituita dalla condizione umana.

Quello che ci infastidisce di questa creatura immaginaria è proprio la somiglianza che abbiamo con essa, come succede con i barboni, con i senzatetto, e con tutto quello che ci offre una visione – non gradita – del nostro futuro.

Per questo motivo Diary of the dead, e tutti i film sugli zombie di questo genere, sono nuovamente interessanti. Non un capolavoro, sia chiaro, ma comunque un’apertura sul genere non ancora pienamente sfruttato.

L.

 

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