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Dicono che è il Paese dei furbi, una Nazione basata sulla furbocrazia, dove il vincente è il bastardo che si accorda con il macellaio per avere i pezzi migliori, delle code per molti ma non per tutti, delle strette di mano, degli amici che ti fanno un prezzo speciale ma che ti stanno fottendo alla grande, il Paese dei campanili, degli interessi personali, delle cose pubbliche ad uso privato. Agli occhi dello stereotipo siamo piccoli, ricurvi su noi stessi, costantemente avvolti in un alone cospiratorio, intenti a confabulare gli uni con gli altri per la pianificazione della prossima messinculo.
Ladri.
Imbroglioni.
Affabulatori.
Vero? Falso? Forse solo una porzione di realtà. Il lato più sporgente, quello spigoloso che colpisce sempre il nervo della bestemmia, la macchia di unto sulla camicia, il palestrato con la svastica sulla fronte.
Un fascia che ci evidenzia, ma che assolutamente non ci descrive. Degli Italiani si può dire tutto, tranne che siano furbi.
Lo dimostrano gli ultimi seicento anni di storia, lo dimostra quello che abbiamo permesso alla politica.
Anche delle volpi dicono che siano furbe, eppure io le trovo schiacciate sulla strada esattamente come i meno astuti rospi.

L’Italiano è un Principessino, una Principessina, abituato ad attendere con le natiche sul davanzale l’arrivo di un salvatore, addormentato scomodamente sul pisello (il suo o quello di qualcun altro, poco importa) in attesa di essere svegliato. E più di ogni altra cosa, ora che lo scacchiere della politica si è rimesso in moto, risvegliando gli appetiti delle fiere, scaldando i cuscini sui quali i califfi sono abituati ad oziare, che tutti noi necessitiamo di una svegliata, anzi, necessitiamo di svegliarci, per conto nostro, senza essere in debito con nessuno, senza affidarci all’uomo della provvidenza, al Princip(io)e azzurro.

Inquadrata dall’alto l’Italia somiglia ad uno stivale, perché sempre nelle favole restiamo, invischiati nell’indolenza come Cenerentoli in cerca di fortuna. Dovremmo rivoltare il mondo, cambiare tutto, rimodellare ogni cosa, anche il territorio, anche lo stivale, rifarlo a forma di cazzo, che si fa strada come un trapano implacabile nel culo del mondo.

(Visto dalla luna, tutto avrebbe un altro senso)

L.

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