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Anziano con fucile, potrebbe essere questo il nuovo genere inventato da Sylvester Stallone e la sua banda di irriducibili attaccabrighe di Expendables.

Tra gli anni ’80 e ’90 erano i campioni di incassi, araldi del machismo Reganiano che aleggiava nell’aria come la nube di Cernobyl. A suon di muscoli, cazzotti e battute ribalde, risolvevano crisi internazionali, castigavano terroristi, rimettevano al centro dell’universo la razza umana rispetto a quella aliena. Trombavano la belloccia di turno, è vero, ma era un romanticismo molto muscolare, perché più che altro menavano le mani. Poche chiacchiere, solo azione. Ogni occasione era buona per far atterrare un pugno sulla faccia di qualcuno. Sylvester Stallone è la parabola perfetta di un epoca, incarnazione di un tempo come metafora vivente, anche nel fisico, soprattutto nel fisico, dapprima asciutto, e via via andando avanti con gli anni sempre più pompato, sempre più grosso, fino al grottesco esibito in Demolition Man, e la stessa sorte è toccata ai film d’azione che si sono dopati sempre di più fino ad esplodere in parodie involontarie di loro stessi.

A metà degli anni ’90 le chiamavamo americanate: esplosioni, pugni, effetti speciali, e immancabili battute di circostanza. Un Luna Park per occhi e orecchie.

Poi però è accaduto quello che accade a tutte le mode, il vento è cambiato. E’ arrivata dal nulla la generazione x, gli incassi sono scemati, le case di produzione hanno abbandonato i Re Mida della mazzata, e le nuove leve di attori si sono fatte strada sulle macerie degli anni ’80 per conquistare il proprio posto in paradiso.

Oggi, vent’anni dopo, non possiamo parlare di un ritorno del genere. Expendables è, e resta, un’operazione nostalgia, un tentativo disperato di rimettere in carreggiata delle carriere, dei destini. E’ arrivata la notte, e questi anziani fisicati corrono disperati verso il tramonto come una mandria di cavalli asfittici, in cerca di riconquistare un po’ di luce, un po’ di rivalsa rispetto i giudizi impietosi subiti nel corso degli anni.

A salvare gli Expendables è l’ironia, la consapevolezza del proprio ruolo. Perché se da un punto di vista puramente narrativo, o spettacolare, i Mercenari e i Mercenari 2, non sono nulla di ché, nel sottotesto, nelle citazioni, nelle autoironie, nelle prese in giro, c’è tutta la forza di queste due pellicole. E se il primo Expendables era un film d’azione con citazioni, il secondo è un film di citazioni con azione, qualcosa di totalmente nuovo, un film interamente metacinematografico, surreale come questi film non sono mai stati, che è in grado di comunicare solamente a chi negli anni ’80  e ’90 era nelle sale a guardare quei film, una rievocazione della memoria dove incontriamo come in una rimpatriata scolastica delle vecchie leggende, il compagno di classe che una volta era un robot e terminava la gente, quello che faceva il calcio rovesciato e io mi sono sempre spiaggiato sull’asfalto quando ho provato a rifarlo, quello che una volta era Rambo e adesso è solo uno che gli somiglia, quello che ti spiezzo in due, ed è a tutt’oggi un fottuto pazzo, quello che da solo faceva fuori un esercito (la scena con Chuck Norris vale tutto il film), quello che è ancora in cima al mondo ma che non ha paura di farsi vedere in giro con le brutte compagnie, quello che ti guarda in faccia e ti dice: c’eri anche tu negli anni ’80? E che alla fine puoi solo rispondergli la verità: sì, negli anni’80 io c’ero, ed ero lì.

L.

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