Per avere la mia antologia di racconti Mendicanti d’Autunno:

Compra Mendicanti d’autunno su Amazon

Compra Mendicanti d’autunno su dbooks.it

Uno dei racconti: E’ ANDATA VIA L’ESTATE

« E’ finita l’estate. »

Mi ascolto e quello che dico mi coglie impreparato, inatteso. Mentre l’acqua scivola indifferente sulla linea del mento, io mi sento uno spettatore inerme dei miei stessi pensieri. E’ come se fossi adagiato sulla sponda di un lago, fissandone stranito la superficie scura dove a rilento affiorano i ricordi. Non ho nessun controllo su loro, non ho nessun controllo nemmeno su me stesso. Posso solo muovere le labbra e dire al mio amore qui accanto « è finita l’estate. »

Loredana non mi risponde, vorrei distrarmi con la sua voce calda e avvolgente perché non riesco ad impedire a questo ricordo di emergere. Desidero pensare ad altro, alle estati di tre anni fa. A mia madre, al tono eternamente scocciato di mio padre, agli anni ruggenti dell’università, agli amici, alle bevute. Invece tornano in gola le essenze pungenti del mercato rionale di questa mattina. Il banco dei formaggi, le verdure, l’odore di gomma della bancarella dei giocattoli tutta condita di dinosauri e lucertole multicolore. Fibrillano le papille nel mio palato, solleticate dall’evanescente scia della salamella cotta alla griglia. Se solo potessi scappare da tutto questo per rifugiarmi nei pomeriggi di mille anni fa, quando correvo lungo i viali con uno spadino di legno alla ricerca di un drago con cui guerreggiare. Al contrario ho fisso nella memoria il viso appesantito del vecchietto al banco del pesce, che con la sua lentezza nervosa disarma il carretto assediato dai primi ruggiti della tempesta. La pioggia spacca il silenzio, disperdendo gli odori e la folla, macchiando ogni colore di umida malinconia.
« 
E’ finita l’estate. » Mi dice dopo aver sigillato l’ultima cassa di gamberi sotto l’asse di legno.
« 
 » gli rispondo. « E’ finita l’estate. »
Da qualche parte là sopra sento le auto sfrecciare ingoiate dallo scrosciare del temporale. C’è sapore di terra bagnata, di ferro, di sangue, e quel ricordo che continua a tornare.
« 
E’ finita l’estate » ripeto a Loredana che riposa qui accanto sbranata dalle lamiere. « Questa volta è davvero finita »
Il volante preme in profondità nel mio addome accendendo il dolore che bussa violento nella mia testa. Impotente prego la pioggia perché disperda velocemente le lacrime e con esse gli ultimi istanti della mia vita.

Fine.

———————————————————————————

Qualche mese fa ho partecipato al giallo stresa , anche se come un bravo bambino mi sono impegnato, purtroppo non sono finito nella rosa dei finalisti, ho comunque ottenuto una segnalazione, come dire “in quel ristorante ho mangiato bene, ma non ci tornerei“. Come si dice: questo è poker.

Persona

 

0

 

Il vento risalì i terrazzamenti del giardino come una marea calma, scompaginando le perfette geometrie delle piante.
C’era l’uomo blu.

C’era l’uomo verde.
C’era l’uomo bianco.

Per Carlo Mazzacane erano tre gemelli identici, ma non c’era nulla di uguale in loro. Tra quei volti indistinguibili era nascosto quello del suo assassino.

 

1

Sapeva i loro nomi: Giulia, Stefano, Alessandro e Maurizio Borgini. Li conosceva da sempre, da almeno vent’anni. Giulia era stata la sua amante, quando ancora lui era una persona da amare, quando ancora aveva un matrimonio dal quale nascondersi. Certe sere si fermavano qualche ora in più in ufficio, lui la lanciava con provocatoria delicatezza contro la scrivania, mentre lentamente elencava gli indumenti che le avrebbe sfilato di dosso come petali di margherita, m’ama non m’ama.

Giulia era una bella donna, gli pareva di ricordare; atletica, discreta, e con una passione smodata per le pistole, pistole di ogni genere, le avrebbe sussurrato con malizia se lei fosse stata ancora lì ad ascoltare.

Ma quello era successo una vita fa, la vita di Giulia per l’esattezza. E poi quella di Stefano, di Alessandro, di Maurizio, e in una certa misura, anche la sua.

«Dottor Mazzacane», lo richiamò al presente con tono solenne il pubblico ministero, «Può dirmi se la persona che ha sparato la notte del quattro gennaio è presente in aula?»

Stefano era il suo primo amico di infanzia, poi era stato il suo socio, il suo avversario nella guida dell’azienda, e ora che avevano raggiunto entrambi i cinquant’anni di età, non era più nulla. Avevano fondato assieme la società di investigazione e sicurezza “smokey eyes”, chiamata così in onore dei vecchi film Noir che suo padre aveva obbligato loro ad amare.

Per un buon decennio avevano aspettato entrambi che dalla porta del loro ufficio, in via Carlo de Martini, emergesse come una venere del destino la femme fatale che avrebbe cambiato con un caso sconvolgente le loro vite. Ma quella donna non era mai arrivata. Al suo posto solo: mariti gelosi, mogli ferite, genitori apprensivi, vicini scontenti, società assicurative in cerca di furbi.

Una volta aveva detto a suo figlio Marco che lui era come il Magnum P.I. di Stresa, anche se non aveva una Ferrari, non portava i baffi e non indossava festose camicie hawaiane. Gli piaceva credere che fosse così, una bugia facile da raccontare e dolce da tenere in bocca.

«Sì», rispose Mazzacane con tutta la sicurezza che riuscì a stanare dentro di sé, «Lui è qui.».
Il giudice non gli concesse più di una molle occhiata, come se lo stare nella stessa stanza con un assassino fosse naturale quanto la pioggia in autunno. Il pubblico ministero annuì debolmente con la testa, era un uomo sulla cinquantina, ma a Mazzacane sembrava più vecchio, più solenne. Aveva una barba grigia, da filosofo, poco curata, che si arrampicava sulla maggior parte del suo viso come la tela di un ragno, nascondendone i tratti. Impossibile stabilire se fosse un bell’uomo o un uomo orrendo.

A Giulia piaceva quando lui si lasciava crescere un filo di barba, sei più vissuto, gli diceva, ma non accadeva spesso, perché sua moglie, ex, oramai, era un tipo più ordinato, più regolare, negli anni lo aveva stirato e ripiegato con cura come faceva con le sue camicie, e allo stesso modo lo aveva messo via, chiuso in un cassetto come ricordo di un’altra stagione.
«Può indicarlo per favore?»
Mazzacane si sentì gli occhi del pubblico ministero puntati addosso, erano due pinze pronte a tirargli fuori le parole di dosso.
«Certo», rispose. Si voltò scrutando con decisione il resto dell’aula.

Alessandro e Maurizio Borgini erano due collaboratori del suo studio, li avevano assunti cinque anni dopo aver preso Giulia, quando le cose iniziarono a ingranare. Uno esperto di informatica, l’altro esperto in sistemi di sicurezza. Non riuscivano ad essere seri su nulla, nemmeno quella notte, quando uscendo dal Grand Hôtel et des Iles Borromées andarono incontro alla morte.

«E’ lui che ha sparato» annunciò cupamente Mazzacane, indicando col dito carico un ragazzo magro e trascurato che lo fissava con rabbia silenziosa da dietro le sbarre.

«E’ lui l’assassino» ripeté al giudice con falsa certezza.
Giulia, Stefano, Alessandro e Maurizio Borgini, ricordava i loro nomi, ricordava tutto di quella notte di sangue.
Tutto.
Tranne i volti.
«Grazie» concluse il pubblico ministero. Mazzacane si alzò dalla sedia dei testimoni per tornare al proprio posto. Furono dodici passi interminabili, dolorosi, era come camminare scalzo su di un tappeto di lampadine rotte. Quando si sedette, una morsa gli strinse lo stomaco. Non poteva saperlo, ma aveva appena mandato in galera un innocente.

 

2

La notte era senza luna, il cielo risplendeva di stelle come se Dio ci avesse appena passato un panno pulito sopra, apposta per loro. L’aria affilata di gennaio pizzicava le narici, beccandoli gelidamente fin dentro la gola. Stefano guidava la fila, era stato il primo ad uscire dall’imponente Grand Hôtel et des Iles Borromées, lanciò un’occhiata distratta al paesaggio, poi girò il polso sinistro in cerca del suo costoso ROLEX, e disse «Sono già le due, cazzo.»
«Cazzo, sì» gli fece eco Alessandro Borgini, «A quest’ora, un onesto padre di famiglia dovrebbe essere a puttane da un pezzo»
«Gli onesti padri di famiglia vanno a travestiti», lo riprese Maurizio «sono i padri disonesti che vanno ancora a mignotte.»
Giulia e Carlo chiudevano il gruppetto, tenendosi leggermente in disparte. Solo quattro anni prima, per Carlo Mazzacane, rientrare dopo le dieci di sera avrebbe significato una sola cosa: adulterio. Ma i giorni dell’adulterio erano sfioriti, appassiti come la giovinezza di Giulia, avvizziti come il suo matrimonio, inariditi come il suo cuore. Anche dopo una notte come quella, anche dopo aver concluso un importante affare, si sentiva apatico, come se al mondo nulla avesse importanza. Era ancora vivo
? Da qualche parte nella sua anima una voce diceva no.
«E’ una delle massime di Borgini Senior questa?» chiese Giulia a uno a caso dei due fratelli.
«A Borgini Senior non piace pagare le donne, a Borgini Senior non piace pagare in generale. E’ talmente taccagno che se al mondo ci fossero solo bagasce, lui si ammanterebbe di un saio e con una papalina in testa si farebbe chiamare sua castità
».
Attraversarono la strada, colorandosi appena sotto il lucore tenue dei lampioni che costeggiavano la carreggiata. Il lungolago davanti a loro era deserto, a quell’ora Stresa era svuotata e taciturna. Dall’altra parte del lago maggiore, l’oscurità era puntinata di piccole luci. Altri paesi, altre città, altre vite. Svoltarono a destra, seguendo Corso Umberto I.
«Finitela di dire idiozie», li riprese Stefano con ostile autorità. Prima di iniziare il ciclo delle consegne, si aggiustò la giacca, precisa e ordinata come la sua pettinatura anni quaranta, «Adesso, passerò in ufficio a depositare dei documenti che mi ha lasciato
l’Architetto, hanno a che fare con l’operazione di domani, quindi è di rilevante importanza che se ne stiano al sicuro. Voi due venite con me a controllare che tutti i sistemi di allarme funzionino a dovere, non voglio sorprese. Giulia, domani ti voglio vestita pesante. Divisa, ferro, e tutto il resto, mi sono già occupato dei permessi per andare oltre confine. La mappa con il percorso la riceverai qualche minuto prima di partire»

«Jawohl mein Kommandeur» gridò Giulia facendo sbattere i talloni.
«Per me non hai niente?» chiese ironicamente Carlo, mentre frugava nella tasca del cappotto in cerca delle chiavi della macchina.
«Si» gli rispose Stefano, «Cerca di restare sobrio.»
Lo sciabordio dell’acqua fu per un lungo istante l’unico suono del mondo; calmo, antico, rilassante. Dopodiché esplose un tuono, seguito da un lampo. Non era particolarmente grande, né particolarmente lontano, o luminoso. Un piccolo flash appena dietro un’auto posteggiata sulla strada, come quello di una macchina fotografica. Modesto, ma pungente, come il freddo, determinato ad arrivare dritto al punto.
Flash, e Stefano si inginocchiò per lo spavento, o almeno così pensò Mazzacane.

Aveva gli occhi sgranati, come qualcuno che ha appena visto un fantasma, il suo probabilmente. Gorgogliò qualcosa, poi oscillò in avanti come un tronco tagliato, pestando la faccia e i suoi occhi stralunati contro i mattoncini del lungolago. Non si mosse.
Flash, e Maurizio tirò indietro la spalla, gridando, e poi ancora Flash, Flash, Flash e Maurizio era a terra, senza più fiato nei polmoni.
Mazzacane si voltò a cercare Alessandro, ma anche Alessandro era rovesciato al suolo, preda delle convulsioni. Dalla bocca gli ruscellava un filo di sangue, nero come la notte.
Guardò nuovamente in direzione dei Flash, una figura cucita di tenebra correva loro contro. Giulia fece appena in tempo a infilare la mano sotto la giacca, assaggiando con le dita il cuoio della fondina quando un altro Flash le strappò un sorriso sulla faccia, facendogliela esplodere. Piroettò per un secondo, prima di schiantarsi a peso morto contro il cofano di un’alfa. Era stata lei a fare quel rumore? Una voce in fondo alla sua anima gli disse, sì, questo è il peso della morte
.
Il cervello di Mazzacane andò in blackout, i pensieri evaporarono come fogli di carta nella fornace. Lasciò che il corpo prendesse in mano la situazione, lasciò che l’istinto salisse in cabina di comando.

«Merda, merda!» urlò. Senza pensare più ai suoi compagni, senza pensare più alla sua esistenza, senza più pensare, scartò il corpo di Giulia accanto ai suoi piedi, e prese a correre come un pazzo, cercando di distanziare quell’uomo, o qualunque cosa fosse. Fece una decina di metri, i polmoni gli stavano già in gola, quando un altro Flash lo punse nella coscia destra. Non lo vide con gli occhi, ma lo sentì arrivare, un dolore atroce gli si avviluppò alla gamba, che si piegò contro ogni sua volontà, facendolo rotolare come un copertone lanciato giù da una collina.

La figura che lo seguiva fu presto su di lui, ansimante. Era un uomo. Il lampione che li sovrastava gli illuminava il volto. Quell’uomo stringeva una pistola, Beretta 98FS disse una voce dentro di lui, aveva montato sulla volata della canna un grosso silenziatore, lungo quanto era lunga la pistola. Mazzacane protese una mano, artigliando l’aria, ma un altro Flash gli fece tuonare una spalla.

Urlò.

Imprecò.

Lacrime gli rigavano le guance, mentre il sapore della terra e del dolore gli pulsava in bocca. Cercò di articolare qualche parola, ma dalla gola non gli uscì nulla di più forte di un belato. Fece per alzarsi, ma quell’uomo lo colpì duramente con un calcio al fianco. Indossava pesanti anfibi, poté notarli mentre alzava lo spesso carrarmato per ficcargli un piede in faccia. Fece pressione con la gamba e il peso del corpo, schiacciando Mazzacane al suolo come una bestia ferita.

La canna della pistola scivolò sulla fronte di Carlo. Nella sua mente c’era solo il suono dei respiri. Un mantice che pompava sangue nelle tempie.

Stava per morire, e quell’idea all’improvviso lo tranquillizzò.

Il cielo era così bello, pensò lui. Ma il lago, il lago era così tenebroso, così profondo e nero, così denso di oscurità da sembrare vivo. Brulicante.

Al freddo di gennaio, Carlo registrò il freddo del silenziatore ancora piantato sulla sua fronte.
«Buona notte» disse quell’uomo
, e mentre Mazzacane provò a divincolarsi con la testa, la pistola fece ancora Flash.

 

3

 

Il ragazzo richiamò l’ora sul suo iPhone, erano le 13.21. Indugiò per qualche secondo con lo sguardo sul display del telefono aspettandosi che facesse qualcosa di diverso dal semplice scandire il tempo. Il semaforo ai piedi delle strisce pedonali divenne verde, intimandogli di proseguire, di attraversare via Roma con le sue scarpe sportive fino all’entrata del Bar.

Svogliatamente il ragazzo attraversò la strada, con la coda dell’occhio si percepì riflesso nel vetro della porta del locale. Magro, con i capelli castani, lunghi abbastanza per essere definito dai vecchi del paese come“un capellone”: indossava jeans blu, una felpa con un cappuccio e una giacca in pelle da motociclista, rossa. Anche il casco che penzolava mollemente dalla sua mano sinistra era da motociclista, aerografato sopra c’era un fiammeggiante numero 46, uguale nella grafica a quello usato da Valentino Rossi.

Il suo viso era bianco e trascurato. Non aveva un bell’aspetto, si rese conto, e i suoi indumenti erano troppo leggeri per tenere lontano dalle ossa un Marzo che stava ancora limonando con l’inverno.
Quando entrò nel Bar ordinò immediatamente un caffè.
«Un caffè, per favore.»
Delicatamente appoggiò il casco sul bancone, mentre sullo sfondo poteva sentire la voce monocorde dello speaker che leggeva le notizie al Tg. Anche se nessuno lo fissava, avvertiva la tensione delle teste che stavano intorno a lui, impegnate ad ignorarlo come dei timoni che si oppongono alla corrente.

Bevve il caffè in un sorso, amaro.
«Novità sulla carneficina di Stresa», disse il giornalista alla Tv, «Gli inquirenti sono ad una svolta, è di pochi minuti fa la notizia che il presunto killer è stato identificato e …».
Le teste nel locale ciondolarono dallo schermo del televisore fino ad arpionare gli sguardi sulla sua schiena. Il ragazzo sentì il peso di quelle occhiate farsi insopportabile. Estrasse dalla tasca dei pantaloni un euro e lo picchiò rumorosamente contro il bancone.
In quell’istante il suo iPhone prese a strillare.
«Pronto», disse il ragazzo, aveva una voce spezzata, «ho appena sentito tutto alla Tv»
«Non hai capito» gli disse una donna dall’altra parte dell’apparecchio, «Quello che hai sentito alla Tv non c’entra niente, lui si è svegliato.»
Il ragazzo attaccò il telefono in faccia alla sua interlocutrice, se lo ficcò velocemente in tasca, si tirò in testa il cappuccio della felpa e schizzò fuori dal locale. Riattraversò le strisce pedonali correndo verso il parcheggio dove aveva depositato la sua Ducati. Si inguainò la testa con il casco e veloce come la fiammata di un razzo divorò l’asfalto che lo separava dalla Clinica del Lago, una clinica privata appollaiata sulla parte collinare di Stresa.
Quando il ruggito della moto si spense, il parcheggio della Clinica del Lago apparve ancora più desolato. Era immerso, come il resto della struttura, in un grosso parco fatto di passeggiate nel verde, di piccoli boschi di pini sempre sull’attenti, di fontanelle rilassanti, e naturalmente della spettacolare vista sul Lago Maggiore.
Il ragazzo si lasciò il parcheggio alle spalle, indirizzandosi verso l’entrata del padiglione principale. Mentre avanzava a passo spedito si tastò la schiena, a controllare che la pistola fosse ancora al suo posto, a controllare che la fretta di arrivare non se la fosse divorata facendola scivolare nell’aria come una foglia secca, una foglia secca in grado uccidere, pensò.
Entrò e salì al terzo piano, passando per la sala comune, ignorato totalmente dai pazienti che come tanti giunchi ammaestrati dal vento, annegavano i loro pensieri nella pornografia dei programmi pomeridiani alla Tv.

Passò accanto ad un distributore per l’acqua, voltò a destra al primo angolo e si imbucò in un largo corridoio costellato di porte; trecentododici, trecentotredici, trecentoquattordici, sala dottori. Per un breve istante fu tentato di bussare, ma sarebbe stata solo una perdita di tempo. Proseguì fino alla trecentodiciannove, girò la maniglia ed entrò. Appena varcato l’adito si ritrovò davanti una infermiera dai lineamenti orientali, cinese, filippina forse.
«Lei chi è? Cosa ci fa qui?» domandò la donna con tono scontroso.
D’istinto il ragazzo fece scivolare la mano dietro la schiena, in cerca del contatto con il ferro della pistola, ma invece che afferrarla, rispose «Sono un parente». La donna lo squadrò per un lungo istante da testa a piedi, valutando silenziosamente quello che le era stato detto. Poi, guadagnando l’uscita, ammonì il ragazzo dicendo «Vado a chiamare i dottori».

Quando la porta si richiuse, il ragazzo si fermò a studiare l’uomo sul lettino, era avvolto dai fili, aveva la testa fasciata, il volto trasfigurato e sofferente, respirava a fatica, appariva denutrito. Eppure, eppure i suoi occhi erano aperti, spalancati come due fari avidi di risposte. Sembrava piuttosto sorpreso di vederlo lì, sorpreso, o spaventato.
Il ragazzo ridusse la distanza che lo separava da Mazzacane, che contestualmente lo fissava senza dire nulla.
«Ti sei risvegliato » disse il ragazzo. «A quanto pare hai la testa antiproiettile».
Mazzacane fece scivolare silenziosamente la mano sotto le coperte fino a raggiungere il pulsante per chiamare gli infermieri, lo pigiò. La parete emise un cicalio tenue e fastidioso.
Il ragazzo estrasse la pistola da dietro la schiena, una Beretta, avanzò di altri due passi, ritrovandosi al capezzale di Carlo.
«Lo hanno preso quel bastardo», gli disse. «O almeno questo è quello che raccontano in Tv. Cosa devo fare? Cosa? Io avevo pensato…». Il ragazzo si lasciò sfuggire un sorriso poco rassicurante.
«Chi cazzo sei?» chiese Mazzacane.
«Come?» fece eco con sorpresa il ragazzo. «Non mi riconosci?»
Mazzacane tentò disperatamente di tirarsi indietro sul lettino, ma non aveva forze, non aveva un solo briciolo di energia utile nel suo corpo. «Tu hai una cazzo di pistola, e hai detto di essere un mio parente», sputò con una voce sommessa, «ma io… ma io non ti ho mai visto in vita mia.»
Il ragazzo infilò di nuovo l’arma dietro la giacca, poi allungò la sua mano sul viso di Mazzacane, la fece scivolare sulla guancia dell’uomo fino ad arrivare alla sommità del collo. Si guardò alle spalle, controllando che nessuno sbucasse fuori dalla porta.
«Io sono Marco», gli rispose con voce strozzata, « io sono tuo figlio.»

4

L’uomo numero uno era vestito di bianco, un dottore probabilmente, l’uomo numero due aveva un vestito classico, camicia, cravatta, pantaloni blu, erano due uomini diversi, era chiaro, ma dicevano entrambi di essere la stessa persona. Così anche la donna numero uno, che era diversa dalla donna numero due, dalla donna numero tre e quattro e cinque.

Tutte diverse, eppure tutte dicevano di essere la stessa donna, sua moglie, ex.

Dalla porta usciva una donna e ne rientrava un’altra subito dopo, che affermava di essere la donna di prima. Tutto quello era folle. Poi era entrato quel ragazzo, il ragazzo numero uno, quello che dichiarava di essere suo figlio Marco, anche lui era uscito, ed era entrato il ragazzo numero due, vestito come il ragazzo numero uno, vestito come suo figlio Marco, ma che era un altro ragazzo, un ragazzo che non conosceva, che non aveva mai visto prima, e che si ostinava a chiamarlo papà. Quando aveva riaperto gli occhi, il peso del suo corpo lo aveva stravolto, gli sembrava impossibile riuscire a muovere un solo arto, si sentiva debole, distrutto, avrebbe voluto urlare, chiamare qualcuno per raccontare di quei terribili Flash che si erano portati via le vite di Giulia, Stefano, Alessandro e Maurizio, ma poi un dottore, uno che non era più rientrato nella sua stanza, si era accostato al suo letto, ed aveva iniziato a fargli domande. All’inizio sembrava compiaciuto delle sue risposte, aveva detto che sembrava tutto normale, poi dopo averlo rassicurato sulle sue condizioni, parlando di un vero e proprio miracolo, aveva chiuso il cerchio, raccontandogli quello che era accaduto dopo che quell’uomo gli aveva sparato in testa. Lo aveva mancato, o meglio, lo aveva centrato in parte, colpa di un proiettile difettoso che era deflagrato all’interno del silenziatore, ma una scheggia gli si era infilata nel cranio sul lato destro. L’assassino aveva poi radunato i corpi dei suoi colleghi e li aveva trascinati e gettati nel lago, ma prima che potesse sbarazzarsi anche di Carlo, un’auto aveva illuminato quella figura ammantata di nero mettendola in fuga. Lo avevano dato per spacciato.

Erano passati più di due mesi dalla strage, tenuto in coma farmacologico dopo l’operazione alla testa, non si era più risvegliato, fino ad allora. E fin lì, per Mazzacane, tutto aveva senso. Poi era cominciato quello scherzo dei volti, degli estranei che entravano e uscivano dalla sua stanza. Un gioco crudele? Una voce in fondo alla sua coscienza disse no, nessun gioco, è il tuo cervello che non funziona più. Ma preferiva non ascoltare quella voce, preferiva infuriarsi contro tutti quegli uomini e donne che si passavano gli abiti fingendo di essere la stesa persona. Il quarto giorno, sfogliando un album di foto di famiglia con una donna che diceva di essere sua moglie, ex, comprese che qualcosa non andava. Aveva fatto lui stesso delle prove di filmati con il suo iPhone, e come ultima verifica, e più sconvolgente, si era in fine guardato allo specchio. Se guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te, gridava la voce dentro di lui, e guardare in quello specchio era come guardare nel più profondo degli abissi.
Sei vivo Mazzacane? Domandò Carlo alla sua anima.

Sì, rispose la sua anima, sei vivo.

No, rispose la sua anima, sei morto, a sopravvivere è stato un altro uomo.
Un dottore che non aveva mai visto entrò dalla porta, era bianco come un angelo, recava notizie dal destino. Aveva una voce familiare, gentile, ma allo stesso tempo vibrante in modo funesto.
Seduti accanto a Carlo, c’erano un ragazzo che diceva di essere suo figlio e una donna che diceva di essere sua moglie, ex.
«Si tratta di Prosopagnosia associativa » disse il dottore, «La lesione al cervello lo ha privato della capacità di riconoscere i volti, per sempre»

Il silenzio calò come una scure nella stanza.
«Ironico» commentò dopo un profondo respiro Mazzacane, «In fondo sono solo un investigatore privato»
Fu dopo quella battuta che ex guardò dritta in faccia il dottore, e con la freddezza di un rapace affondò i propri artigli. «Se una sola parola sulla piccola difficoltà di mio Marito esce fuori da questa stanza, i miei avvocati le spilleranno così tanti soldi che sarà lei a non ricordarsi più la differenza che passa tra appoggiare il culo su una sedia piana o un palo appuntito».
Il dottore farfugliò qualcosa sulla riservatezza della sua clinica, poi sbiadì dietro la porta da cui era entrato.
Ex si avvicinò nervosamente alla finestra. Mazzacane osservò quella sconosciuta in tailleur grigio mentre picchiettava nervosamente le dita su di un pacchetto di Diana rosse, intenta a spillare una sigaretta. La studiò mentre apriva appena la finestra e lentamente dava fuoco al tabacco.
«Non guardarmi in quel modo» disse lei con tono aspro a Mazzacane, era avvolta dal fumo. «Ho dovuto parlargli così. Era necessario. Anche se non siamo più sposati, se tu vai a fondo, anche io vado a fondo. Chi paga i miei affitti? Chi paga la mia palestra? Chi paga i miei vestiti firmati? Chi paga le mie cene? Se il tuo studio chiude come manterrai te stesso, come manterrai ME? Devo forse cercarmi un lavoro, alla mia età? Tu non puoi fallire, Carlo. Non ora che “smokey eyes”è su tutti i giornali, non ora che lo studio è solo tuo».
Per Mazzacane quella donna era due volte sconosciuta.
«Chi sei?» le chiese ancora.
«La tua unica possibilità di sopravvivenza» rispose lei, dopodiché schiacciò brutalmente l’occhio arroventato della sigaretta sul davanzale della finestra.

5

Lo aveva condannato. Aveva puntato il dito e aveva detto è stato lui. Si era sentito come il boia che abbassa la leva della corrente per la sedia elettrica.
Dai fiato alla bocca, fai entrare la morte.

Ma Ex era contenta, i suoi amici defunti erano contenti, suo figlio Marco che girava con una pistola in cerca di vendetta era contento, il pubblico ministero, i giornalisti, la giustizia, tutti erano contenti. Non poteva che essere così, lui era il colpevole, quel ragazzo che aveva perseguitato Giulia per mesi, ossessionato da lei, che l’aveva aspettata sotto casa e l’aveva minacciata davanti ai vicini. Un drogato, un tossico, un paranoico che aveva costruito nella sua mente una rivincita di sangue per quella donna reticente alle sue attenzioni. Uno stalker psicopatico, questo gli avevano detto. Le indagini puntavano tutte dritte su quel disadattato. Nemmeno ricordava cosa avesse fatto quella notte, il bastardo. La polizia affermava che quello era il colpevole, e Carlo si era limitato a rispondere sì, è lui il colpevole.

Eppure.
Eppure il telefono squillò, violentando il silenzio della notte.
Era un uomo, quell’uomo.
« Quando al telegiornale hanno annunciato che lei era sopravvissuto, non potevo crederci. Le ho sparato in testa, capisce? Esiste forse qualcosa di più definitivo? Poi ho capito il mio errore, tutta colpa delle repliche cinesi, ma deve perdonarmi, non sono un professionista del settore. Ho dovuto arrangiarmi. Forse avrei dovuto usare una Beretta originale.»
Il battito del cuore di Mazzacane rallentò fino a sparire. Sei vivo? Chiese alla sua anima. , rispose lei, i morti non provano paura.
«Dicevamo» riprese con piglio professionale la voce di quell’uomo «Ah sì, ho pensato di scappare, di prendere tutte le mie cose e sparire in qualche paese tropicale. Non è così che si fa? Ero certo che mi avrebbe denunciato. Poi però… poi però la polizia ha catturato un piccolo, inutile, insignificante agnellino sacrificale, e la legge se l’è mangiato senza che lei facesse niente per fermarlo. La legge ha fame, sa, e quando qualcuno ha fame, divora tutto quello che gli capita nel piatto senza fare tante storie. Quando ha fatto condannare quel disgraziato, ho capito finalmente, e mi sono posto la domanda fondamentale. Perché un uomo dovrebbe rinunciare alla sua porzione di giustizia? Semplice signor Mazzacane, perché quell’uomo può voler qualcosa di più della semplice giustizia; e ci sono solo due cose che valgono di più della giustizia a questo mondo, e queste due cose sono i soldi o la vendetta. Lei che uomo è? Uno che ha fame di soldi, o uno che ha sete di vendetta?»
Di cosa hai fame? Chiese Carlo alla sua anima.
«Soldi», rispose laconicamente Mazzacane. «Una montagna di soldi.»

6

Quando Mazzacane scese dal traghetto, il suo unico desiderio era quello di annegare lo sguardo nel caleidoscopio di colori e forme rappresentato dalla moltitudine di fiori e piante presente sull’isola Bella. La chiamava “Il vascello”, perché come un vascello era stata concepita quella che considerava la sua preferita tra le isole Borromee. In quasi quattrocento anni, uno scoglio, come un dente del mondo affiorante dall’acqua, era stato trasformato in un avamposto dell’incredibile. Terra, fontane, statue, pietre per costruire, e piante provenienti da ogni parte del mondo erano state seminate su quell’isola per dare vita ad un sogno barocco. Quell’immaginario vascello che attraversava il tempo sull’orizzonte del lago maggiore, era costituito dalla troneggiante villa a prua, e dall’elegante giardino piramidale a poppa. E proprio di quello aveva bisogno Mazzacane, del giardino, dei fiori, del respiro del lago, di tutto ciò che non fosse umano, che non sembrasse umano, o più semplicemente che non avesse un volto.

Il mondo si era popolato di estranei.

Lui stesso era diventato un estraneo.
Un vento tardo primaverile lo investì, facendo sfarfallare il suo trench color della sabbia come due ali pronte a gettarsi nella corrente. Sai volare Mazzacane? Chiese alla sua anima. La sua anima gli disse, no.

Nell’aria calda, i pensieri si sciolsero uno ad uno,come tante bare di ghiaccio gettate nella lava, un magma incandescente fatto di dubbi, di sospetti, di colpa.
La domanda fondamentale, pensò Mazzacane, perché sei ancora qui? Hai ucciso 4 persone, e sei ancora qui, come se non potessi andartene. Hai fatto un azzardo, perché?Anche se ci sono tante domande, alla fine resta una sola risposta, i soldi. Sei ancora qui per avidità. E ora tutto torna, tutto ha un senso. L’ultimo cliente della “smokey eyes”, l’Architetto, era morto durante i suoi mesi di coma, stroncato da un infarto. Se quell’uomo non li avesse mattati uno ad uno, il giorno seguente avrebbero dovuto trasportare una grossa statua in bronzo oltre confine, una importante opera d’arte, così almeno aveva detto loro l’Architetto, per una mostra, prestata ad un museo di arte moderna di Lugano. Quel trasferimento non era mai avvenuto, dopo gli omicidi, tutti gli uffici e i caveau dello studio erano stati messi sotto sequestro per le indagini, così la statua era rimasta imprigionata nelle maglie della burocrazia, e il suo proprietario era morto prima di poterla riavere indietro.
L’indomani,
rifletté Mazzacane, sarebbe dovuto passare uno dei suoi avvocati a riprendere la statua.

Una statua imbottita di soldi. Soldi che aveva visto lui stesso quella notte, insospettito dalla chiamata di quell’uomo, fatta dallo studio legale dell’Architetto. Erano svariati milioni di euro. L’Architetto pensava di espatriare grossi capitali in quel modo, ma qualcuno dei suoi lo aveva fregato, anzi, li aveva fregati tutti. Lui, Giulia, Stefano e Alessandro Borgini. Il problema, era che per l’Architetto lavoravano tre avvocati, e lui non era in grado di riconoscere quali dei tre fosse l’assassino. Per questo li aveva radunati tutti sull’isola.
I tre uomini arrivarono, ai suoi occhi erano assolutamente identici, uno con una cravatta blu, uno con una cravatta verde e uno senza cravatta, con un luminoso colletto bianco.
Blu, Verde, Bianco.
Come si smaschera un uomo che non puoi riconoscere?
Blu lo salutò con un cenno della mano, Mazzacane li bloccò con un gesto.
«Alla fine ci ho ripensato» disse a nessuno dei tre in particolare. «Sono più un tipo da vendetta», velocemente fece scivolare la mano sotto la giacca.
Blu gli diede un’occhiata in tralice, senza capire.
Verde non era importante, perché Bianco stava già correndo all’impazzata lungo il perimetro del giardino. Cadde. Si rialzò e riprese a correre. Poi cadde di nuovo e ruzzolò, ma questo non rallentò la sua fuga.
«Interessante» disse Mazzacane tirando fuori la piccola videocamera infilata nella sua giacca.
Dove scappa un uomo su di un isola? Domandò Mazzacane alla sua anima.
Da nessuna parte, rispose lei, a meno che non sia in grado di volare.

L.

Compra Mendicanti d’autunno su Amazon

Compra Mendicanti d’autunno su dbooks.it

Annunci