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A dire il vero e per quanto io mi sforzi, non riesco proprio a ricordare per quale motivo, ritto davanti all’altare, pronunciai quello scellerato “si”, gravandomi del ruolo di marito.
Rammento tuttavia, e molto nettamente, il volto raggiante di mia moglie ed il suo sfarzoso vestito bianco.
Mi piaceva la sua risata.
Era un trillo contagioso, accompagnato da un grazioso andirivieni del capo, lo stesso movimento che, tutt’ora, bolla Claudia come una confusa canna in balia del vento.
A dire il vero e per quanto io mi sforzi, non riesco neppure a ricordare cosa mi spinse a risalire la china dal grado di amico del cuore all’oneroso stadio di fidanzato, castrando così i miei voli pindarici.
Rammento tuttavia, e molto nettamente, il seno di Claudia, esuberante nel vestitino estivo.
Mi piaceva il suo odore.
Era una fragranza speziata ed inebriante, lo stesso profumo che, tutt’ora, caratterizza Claudia come un bouquet appassito.
Strafottente il sole, mi buca la fronte.
«Ancora mezz’ora».
Conto mentalmente i minuti che mi separano dal rientro di mia moglie, dilaniato dalla sete.
Da 5 anni, ormai, dividiamo questi 120 mq. in totale solitudine.
I nostri figli hanno la loro famiglia.
Rare le cene con gli amici che richiedono la totale dedizione per una perfetta ed impeccabile riuscita.
E da 5 anni, anche il sottoscritto, agevolato da un prepensionamento invidiabile, gode di tutti
gli anfratti che l’appartamento offre generoso: ne conosco ogni angolo.
L’ennesimo “statak” del mio collo ed un pungente dolore al ginocchio mi riportano a fissare l’orologio a parete constatando, con una certa soddisfazione, che soltanto pochi attimi mi dividano da Claudia.

«Ti sei mosso!»
Muovo la testa in cenno di diniego, soffocato dal morso in cuoio che divarica oscenamente la mia bocca, lasciandomi ampio spazio per salivarmi sul mento.
Riabbasso velocemente il capo alla vista di mia moglie, non devo guardarla.
«Non ci provare: ti sei mosso!»
Incapace ed interdetto dal reagire, mi lascio sfuggire un sommesso mugolio di assenso, pregustandomi una scudisciata sul sedere nudo.
«Inetto! Ti avevo ordinato di rimanere immobile fino al mio rientro!»
Si avvicina accorciando in modo grossolano, la catena che mi inchioda al muro.
Mi osserva torva.
Una breve pugnalata verbale sulla mia posa goffa per poi riempire e porgermi una ciotola di acqua.
«Hai sete, vero?»
Le sue mani, sciolgono smaniose l’armatura che mi riempie la bocca, alla quale viene prontamente sostituito l’alluce del piede.
«E’ l’ora della pedicure Paolo, dopo potrai bere…»

A dire il vero e per quanto io mi sforzi, non so cosa mi abbia condotto ad essere lo schiavo senziente di mia moglie.
Ma, all’improvviso, leccando la mia Amazzone rammento, e molto nettamente, di aver risposto con entusiasmo adolescenziale ad un annuncio sul giornale nel quale spiccava in grassetto: Maitresse Claudia.

Vera Q.

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