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Libera nos a malo.

Sono entrato di prepotenza nella vita di Mirella una fredda domenica di dicembre, domenica come tante altre.
Il tutto senza alcun intoppo, fin troppo semplice.
Come un’esasperante zanzara, da settimane, s’affrettava dal corridoio alla mia stanza adibita ad ufficio disturbando il mio lavoro con argomentazioni adolescenziali.
La malattia del piccolo, il marito poco presente, la poca speranza verso il futuro.
La medesima lagnanza che, quotidianamente, raccolgo da chiunque bussi alla mia porta.
Ci sono abituato, svolgo questo compito sociale da oltre 30 anni, ne ho viste di facce affrante alternarsi alla mia scrivania.
Donne, nella maggior parte dei casi.
Donne sole, donne infelici, donne tormentate.
Il mio ruolo è solo quello di elargire sorrisi e calde parole di conforto: le accolgo come un Padre, sostenendole, ottenendo in cambio il ricordo tangibile del profumo delle loro mutandine.
Mirella, come le altre, custodisce questo inconfessabile segreto nel cuore: anche lei, adesso, mi scruta timorosa perdendosi nelle pieghe nere della mia veste, volendo solo dimenticare e dimenticarmi.
«Povera creatura, che pesante fardello…» – ripeto nella mente posando con delicatezza il cappello sul capo –
La mia pausa è terminata.
Abbandono l’ufficio per affacciarmi sul salone centrale.
Un piccolo giro di ricognizione per sincerarmi che tutto sia inappuntabile.
Mi accomodo, come ogni giorno, alla tetra postazione dove esercito scostando la tendina di fustagno che mi separa dal primo avventore della mia Mensa.
«Mi benedica Padre perché ho peccato!» – intravedo quegli occhietti disperati attraverso la grata in ferro mentre, bonariamente, pontifico baciando la Croce: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.»

Vera Q.

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