Leggendo una delle biografie maligne su Steve Jobs, più che altro emerge l’immagine di un genio, sì, ma genio nel valorizzare con il proprio nome le idee degli altri (un po’ come quello che si dice di Bill Gates).

Questo è lo spunto necessario per commentare l’ultimo Spider man (The Amazing Spider-man, di Marc Webb), perché solo partendo dalla premessa sopracitata possiamo ribattezzare Peter Parker, come Peter Jobs. Laddove Peter Parker era un giovane genio capace di inventare tutta la strumentazione che si portava addosso, Peter Jobs è un arraffone che spaccia per sue le formule scritte da suo padre, che ruba le tele che lancia dai polsi dal laboratorio della Oscorp (e che ancora una volta racconta di averle inventate lui ), che disegna la maschera del suo costume plasmandola su quella di un lottatore di catch (un dannato copione), che si appropria dell’identità di uno stagista per interessi personali (quel povero Guevara ha perso l’occasione di una vita), che le uniche formule matematiche che si vedono intorno a lui, sono quelle scarabocchiate sul suo skateboard. (probabilmente messe lì nella speranza di farlo andare più veloce)

Peter Jobs è un bugiardo, un ladro, e anche il giuramento più sacro si sgretola davanti alle argomentazioni di un bel paio di tette. Questo è il senso ultimo della pellicola. Il resto del film è commedia romantica, cazzotti, belle scene spettacolari e minestra riscaldata (tanta minestra, direi).

L.

Annunci