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Ho appena terminato la lettura di un brutto articolo di cronaca.
Brutto, visto l’argomento.
Brutto, vista la leggerezza con cui viene trattato il cardine dell’articolo: l’anoressia.
Riassumo brevemente.
Una ragazza 20enne affetta da anoressia, appena dimessa dall’ospedale, si è suicidata.
Brutto.
Non c’è molto da dire.
Brutto e terribilmente ingiusto, com’è ingiusta la vita.
Chi ha scritto l’articolo ha cercato di non suscitare clamore o pietismo, cedendo tuttavia al “sentito dire”.
Nulla di eclatante, capisco che sia un tema delicato e che il giornalista s’aggrappi a motivazioni generali non conoscendo i reali perché di questo gesto, ma asserire che “Tutto è cominciato con l’ossessione di avere un fisico perfetto, da modella, poi la malattia s’è aggravata, nella forma che sovente non dà pace né tregua, se non per brevi intervalli di serenità.” è, a mio parere, poco lusinghiero.
Chi s’avvia sul cammino dell’anoressia, non è certo un decerebrato maniaco della moda.
E’ solo un individuo infelice e troppo sensibile.
Qualcuno che convive con un tale conflitto interiore da non riconoscersi più.
Quell’immagine di noi stessi, riflessa nello specchio, è un’entità distorta, malvagia, incettabile.
Ed è ciò che tutti vedono, non una nostra alterata percezione di noi stessi.
Infatti, un anoressico si convince d’essere sbagliato, d’essere incompreso, d’essere un piccolo microcosmo con il quale, nessuno, vuole interagire, perché schifosamente imperfetto.
Tutto sfugge al suo controllo.
La spiegazione si può ricercare nella famiglia, nella società, nelle amicizie o banalmente frugando tra i peli dormienti nel nostro ombelico.
Non penserete davvero che tutti gli anoressici abbiano una madre nazista, un padre ubriacone o siano vittime di bullismo, spero.
E no.
Dopo l’estate arriva l’autunno, accade e basta.
Ed è questa la potenza distruttiva dell’anoressia: in molti casi non ha un fondamento logico, da qui si può comprendere la difficoltà nel guarire.
Spesso, prima di cadere della trappola dell’anoressia, la persona è un soggetto magro.
La necessità di allontanarsi il cibo è legato alla negazione della vita in quanto insopportabile, non certo al solo rifiuto delle maniglie dell’amore.
Via, un po’ di elasticità mentale.
Possedere la fermezza di distaccarsi dal cibo è delirio d’onnipotenza.
È l’avere, finalmente, le redini della propria esistenza tra le mani e gestirle.
Tutto sfugge dal nostro dominio eppure il cibo, no.
Il nutrimento, che è per l’appunto vita, è nuovamente sotto la nostra egemonia.
Sì lo so, non ha senso.
Hanno forse senso le guerre? Lo sfruttamento? La violenza?
Non mi pare, eppure fanno parte della nostra quotidianità senza che nessuno urli al mostro.
In tutto questo bailamme distorto, il colpo di grazia lo fornisce un tarlo che s’insinua rumorosissimo: “se, nonostante i miei sforzi per mamma, papà, Giuseppe, Angela, Dio, Simon le Bon, sono inesistente, allora, tanto vale sparire.”
Diventare così esili da essere, una volta per tutte, trasparenti.
Per quello l’anoressia non si limita al perdere peso, non è più sufficiente l’adrenalina provata dal non mangiare, perché anche adesso che padroneggiamo sul piatto di pasta, nulla è cambiato.
Anzi.
Se prima per l’universo eravamo inadeguati, cattivi, sporchi e sicuramente puzzolenti, ora siamo anche ignobilmente magri ed ancora una volta additati come sbagliati.
Bello, eh.
Meravigliosa malattia.
Si muore.
A volte per suicidio, a volte perché il nostro fisico implode.
Quindi, prima di svilire tale dramma all’emulazione televisiva, ci andrei cauta.
Perché dico questo?
Perché io lo so.
O meglio, lo sapevo.
Il tempo, a volte, è un ottimo salvavita.

Vera Q.

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