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Non mi considero un’educanda.
Mio malgrado, pur avendo sembianze femminili, utilizzo un registro lessicale alquanto becero e tendente al rango “bettola”.
Lo scrivere mi concede il tempo di pensare ad una frase compiuta e di limare le eventuali ruvidità; l’essere invece sverniciata dall’ennesimo scooter che attenta alla mia vita mi porta ad azzerare la compitezza e lanciarmi in plateali vaffanculo.
La mia parlata, quindi, è colorita e ricca di neologismi creati ad hoc per inveire contro il malcapitato di turno.
Preciso: non bestemmio.
Non credo in Dio dunque trovo alquanto inutile accanirmi su qualcosa di impalpabile.
A questa regola fa eccezione “cazzo di Buddha”.
Non me ne voglia l’Illuminato: è nato uomo, la sua “buddithà” viene in seguito.
Nello sfortunatissimo caso nel quale la mia poca infarinatura di buddhismo fosse lacunosa e Buddha fosse un Dio, o peggio Il Dio beh… ci tengo a fargli presente che quel “cazzo di Buddha” è da leggersi come un apprezzamento e non intriso di vilipendio.
Perdonate la piccola digressione religiosa, ma qui si viaggia con le mutande di ghisa e non ci tengo ad essere meta di vendicative maledizioni divine.
Io sono sanguigna e ricoperta di polvere.
Mi piacciono gli insulti mirati, tuttavia alcuni improperi di uso pubblico, a mio avviso, sono mal gestiti.
Prendiamo il sempreverde “puttana”. Un classicone senza tempo.
A casa mia, la puttana, si identifica con una donna che svolge un lavoro ben preciso e che, per le sue prestazioni, riceve compenso.
Se saltassi di fiore in fiore, sollazzandomi, non sarei in ogni modo paragonabile ad una puttana laddove, la prestazione, fosse elargita in modo gratuito.
In caso contrario, trattandosi di un mestiere, etichettarmi come puttana è come cercare d’offendermi chiamandomi carpentiere od impiegato.
Passiamo al “coglione”.
Ora, che cosa sia un coglione, lo sappiamo tutti.
E’ quella sbobba comunemente definita testicolo che penzola allegra dentro lo scroto.
Nell’immaginario collettivo, un coglione, è sinonimo di persona poco intelligente.
Ebbene, io qualche coglione l’ho visto.
Parlo proprio di testicolo, eh.
Vi assicuro di non aver mai avuto modo di prenderci un caffè insieme e disquisire con lui su argomenti polposi, tuttavia considerarlo ebete a priori mi pare una discriminazione bella e buona.
Di conseguenza sentirmi dire “cogliona” proprio non m’offende.
Se poi prove scientifiche dimostrano l’imbecillità del coglione, sono pronta a piccarmi anche subito, aggrattisse.
Ultimamente ho riscoperto l’utilizzo del nome proprio.
Basta insulti pronti all’uso.
Basta nascondersi dietro anonimi “stronzo” o “bastardo”.
Il vero insulto è nel nome.
Dire ad Antonio che è un Antonio e che ci dimostra di essere un Antonio in qualsiasi occasione è il top della prepotenza verbale.
Ognuno di noi convive con una coscienza tendente al grigio e non certo al bianco.
Nessuno è esente da pecche, piccinerie, egoismi o bugie.
Dettagli, minuzie, ragazzate, non è necessario avere la fedina penale di un assassino per avere delle tare morali.
Antonio in cuor suo è conscio di racchiudere uno stronzo, un bastardo, un probabile coglione ed addirittura una puttana, più tutti gli epiteti esistenti.
Io lo so, tu lo sai, Antonio lo sa, fa solo male ammetterlo: prendere atto d’essere umani e dunque imbevuti di difetti.
“Picchia tua moglie una volta al giorno. Tu non sai perché, ma lei sì”, stessa metodologia.

Vera Q.

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