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Non ci siamo.
Non ci siamo affatto.
Ho sacrificato i risparmi e l’esistenza per l’acquisto di una casa in campagna e con un unico scopo: la tranquillità.
Tuttavia, la lusinghiera prospettiva di liberarmi del fastidioso vicinato cittadino, si è rivelata come l’ennesima chimera.
I pochi che mi attorniano sono chiassosi quanto le trombe.
E no, non mi riferisco né allo strumento musicale, tantomeno a quelle di Eustachio, bensì alle sonorità intestine.
Quel che manca, di base, è il rispetto.
Cosa c’è di così complesso nel seguire le semplici regole della convivenza?
Non si utilizza il trapano all’alba: qualsiasi mensola può attendere l’ora di pranzo per essere montata.
Non si lascia latrare la televisione per l’intera giornata, soprattutto se il canale sintonizzato sputa incessantemente mediocrità gratuita.
Ed infine, se il grazioso cane ulula alla luna ogni benedetta notte, lo si tiene in casa.
Prendiamo questo preciso istante, come esempio.
Mi trovo al piano terra, nella mia stanza da letto, abbracciata al lenzuolo.
E’ così tremendo voler poltrire tra le coltri?
La finestra è spalancata sul cortile e Carolina, proprietaria del caseggiato accanto al mio, intrattiene una gioconda conversazione sul “cosa siamo” con il marito Paolo, il quale, effervescente, rincara la dose aggiungendo sproloqui sul “che fine misera facciamo”.
Ad occhio e croce, e se l’aroma di caffè non m’inganna, dovrebbero essere le sette.
E sia: il circondario è intento a sorseggiare la colazione.
Ma proprio sotto le mie persiane?
Tralasciando questo squittìo pungente, si mettono in coda nel ciacolare Giacomo ed il compagno Andrea, squisita coppia gay che discute per ogni battito di ciglia, rigorosamente finte.
Di fatto, proprio adesso, Andrea piange.
Non ho modo di comprendere il motivo del loro alterco, tuttavia le lagnanze di Andrea vertono sul “non è possibile… così giovane!”, desumo, arbitrariamente, che si tratti dell’ennesimo tradimento di Giacomo con il solito sbarbatello universitario.
Alzarmi dal letto e serrare le imposte è una fatica improba: sono così stanca che neppure riesco ad aprire gli occhi. Inoltre, vuoi la stagione, vuoi il caldo, il profumo di fiori che in altre circostanze delizia le mie oziose mattinate assume, quest’oggi, il fastidioso ruolo di “puzza insopportabile”.
Putrefazione allo stadio massimo.
E che diamine, ogni essere vivente che mi circonda boicotta il mio sonno.
Ah, ecco le campane.
Un trionfo di rintocchi lento e ritmato: non poteva mancare Don Paolo all’appello dei disturbatori.
Poi?
Non c’è nessun altro che smania per strapparmi il cuscino da sotto il capo?
Eh no, cazzo, anche tu ti ci metti, ora?
Ti pare davvero il caso di entrare in camera e fissarmi?
Ecco, bravo, abbassa il coperchio del feretro e per favore, quando esci, chiudi la porta.

Vera Q.

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