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Mi è balzata subito agli occhi: “Ci sono funghi che hanno un sapore speciale, quello dell’amicizia.”
Questa frase, profonda nella sua semplicità, campeggia sullo stato di un utente facebook, utente con il quale ho condiviso l’amicizia.
Io non so chi sia costui e, di rimando, costui non ha idea di chi io sia.
Eppure spartisco con il mio compare virtuale, la passione per i porcini e l’idea comune che alcune amicizie siano passioni.
Ammetto però che, negli ultimi tempi, io mi trovi più incline nel dire “ci sono amici che hanno un sapore speciale, quello dei funghi” riferendomi peraltro, a muffe, spore ed imperdibili funghi velenosi.
Eh già, per ogni fungo commestibile esiste il suo gemello cattivo ed in questo, la natura, si è dimostrata equa: nella specie umana si verifica lo stesso meccanismo.
Conoscete qualcuno instaurando lentamente un dialogo ed un’intimità allo stadio embrionale, una sorta di spora dell’amicizia.
Concordate con lui su capisaldi variopinti di morale ed osservate, in estasi trascendente, il progredire del vostro vicendevole trasporto lasciando che la vostra mente promuova l’amanita umana di cui sopra, da conoscente ad amico.
Ed allora la confidenza cresce e, pieni di ego, vi specchiate in lui, riconoscendovi.
E’ questo il meccanismo che vi fotte, l’immedesimarsi nell’altro convinti che entrambi facciate parte della stessa classificazione scientifica.
Ma poi, quando lo sviluppo della vostra fratellanza raggiunge il picco massimo, la parabola ascendente, precipita.
Tardi.
Troppo tardi, l’intossicazione è già in corso.
Voi, avete assaggiato da tempo il mistificatore, azzannandolo ogni qual volta ci fosse un parere collimante od un pensiero solidale nell’universale concetto dell’amicizia.
Non importa se l’uguale incarnasse l’analoga idea di pizza margherita come miglior piatto del millennio o se, l’affinità, vertesse sulla medesima predilezione per gli astri celesti: voi avete trangugiato a mascelle piene.
Quindi, accorgersi adesso che l’ameno porcino fosse un bizzoso boletus satanas, fa di voi qualcuno che arriva in ritardo nelle scoperte elementari.
Lo so, si era mimetizzato bene eppure, allo stadio attuale, chi rigetta gli intestini siete voi.
Al contrario di taluni funghi, difficilmente un amico si rivela “mortale”, tuttavia vi ci vorrà del tempo per smaltire la tossicità acquisita.
No, non svilupperete meravigliosi anticorpi che vi proteggeranno dalla prossima amanita phalloides – un nome che la dice lunga – che vi si parerà davanti, perché siete umani e come tali il bisogno di relazione è intrinseco.
Niente di poetico, sia chiaro.
Ci circondiamo di amici per protezione e bisogno d’assenso: una base endemica venefica ci accumuna tutti, non siamo capaci di slanci altruisti, desiderosi solo di riscontro.
Per cui, l’idea che una phalloides ci stupri ancora una volta è ragionevole nella misura in cui, la moneta di scambio per quanto fasulla, ci abbia nuovamente permesso di diffondere noi stessi proprio come le spore.
Spore, tuttora e sempre spore.

Vera Q.

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