Mi ricordo che quello che più  mi ha colpito dei suoi racconti è la malinconia, il velo di tristezza che mormora nei recessi della sua scrittura, annidata nei punti invisibili allo sguardo dove le lettere si incastrano con la pagina.

In molti lo definiscono uno scrittore di fantascienza, ma la fantascienza è poco più di un ingrediente che dà forma alla sua poetica, i suoi razzi, infatti, sono razzi fatti di sogni come i razzi immaginati dai bambini. Razzi di pezza tenuti insieme dalla fortuna. Volano in uno spazio simbolico, atterrano su pianeti molto terrestri, scompaiono dentro le ombre generate dalle grandi speranze del genere umano.

Nessuno ha mai rappresentato l’autunno come Ray Bradbury, almeno per me. Ha ispirato alcuni tra i più grandi scrittori del genere fantastico, mettendo in scena nella pagina uno stile unico, inimitabile, che come un seme si è insediato nel talento di personaggi come Matheson, King, Gaiman.

Le sue storie sono rivolte verso il tramonto, con il sapore che hanno i ricordi quando ti travolgono trascinandoti come la corrente di un fiume in piena nelle estati del nostro passato, quando i prati, le giornate passate all’ombra degli alberi, il cielo, le nuvole, le emozioni e tutti i colori erano più brillanti, e nascoste dopo mezzanotte si agitavano con religioso appetito oscure creature.

Quando uno scrittore muore, l’universo diventa un po’ più piccolo.

L.

 

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