Il cielo era color bronzo.

Lontano, oltre le macerie, ruggivano le fiere della guerra, mentre gli echi delle mitraglie riflettevano contro gli scheletri dei palazzi come tante schegge di tuono.

Nel sogno, io ero un soldato inglese.
Intorno a me solo caverne, cunicoli che affondavano nelle viscere della città distrutta, pozze d’ombra che masticavano misteri. Ero nell’occhio del ciclone, un posto tranquillo al centro della rovina.
Nella mia testa c’era solo il fischio delle bombe che dilatavano le case in tanti boccioli fioriti. Stare lì, era come stare sulla lapide di un cimitero a guardare la città divorata dal tempo.

Dovevo scappare, dovevo allontanarmi da quella calma di morte, così scelsi una breccia nel terreno, una qualsiasi, e affondai nell’oscurità.
Il sottosuolo era un labirinto di tunnel, di corridoi, un caos di strade sotterranee come corsie di ospedali. Neon pallidi come la carta appesi ai soffitti, barelle scheletriche di ferro strette sulle pareti. Stracci, sedie rotte, polvere, aste con  vecchie flebo penzolanti, vuote  come frutti secchi. Sembrava non esserci nessuno in quella desolazione, sembrava che fossi l’unico insetto a muovermi in quel formicaio brulicante di nulla che dormiva sotto la città, e proprio quando la mia convinzione si era fatta più solida, un uomo in fondo ad un corridoio la dissolse in un istante.

Anche lui era vestito come un soldato inglese; era sudato, i capelli erano appiccicati alla fronte, aveva occhi sporgenti, nervosi, faceva costantemente segno di seguirlo, e io, come un bambino che ha perso la strada di casa, non potevo fare altro che stargli dietro. Corridoi si aprivano su altri corridoio, mura generavano altre mura, in un frattale infinito di budelli di pietra e silenzio.
Dopo una serie interminabile di passi, dopo che mi sembrò di aver attraversato il mondo intero, mi condusse in una stanza che odorava di sepolcro. Era una foresta di sudari, ogni cosa in quel luogo era coperta da un telo.
guarda cosa ho trovato, disse, guarda cosa ho tirato fuori dalle macerie.
Si passò la lingua sulle labbra, lentamente. Con un gesto da prestigiatore tirò a sé uno dei lenzuoli, scoprendo un uomo legato ad una barella con delle vecchie cinghie di pelle.
Era Adolf Hitler.
Senza pensare, l’uomo che ero nel sogno snudò la pistola puntandola verso Hitler.
Fermati, urlò l’altro uomo. FERMATI, cristo santo, è mio prigioniero! L’ho salvato io dalle macerie, non puoi ucciderlo! Potrà esserci utile, potrà dirci tante cose, potrà farci vincere la guerra. Mi daranno una medaglia per questo.

Guardai per un lungo istante quell’uomo legato alla barella, “è pazzo”, pensai, “completamente pazzo”.
Hitler si dimenava, cercando di sfuggire ai legacci che lo rendevano una cosa unica con la barella sporca di ruggine e terra.
Urlava, recitava litanie senza senso.

Mi voltai verso l’uomo nervoso che mi aveva condotto fin lì, e dissi:
scegli. Per cosa vuoi essere ricordato quando tutto sarà finito?
Per aver salvato Hitler, o per averlo ucciso?
E poi sparai.

(Luji Pelljnchesko)

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