Un sogno dentro un sogno. Era Edgar Allan Poe, era Orson Welles, era il Demone Allegra Geller, era un paradosso, ed ora è Inception.
Un film affascinante che razionalizza la componente onirica del sogno per ammaestrarla alle briglie della psicologia. Il sogno è il luogo dell’anima, l’immaginazione è lo strumento con cui si combatte la guerra, l’artificio (o inganno) è il significato segreto che pompa sangue nella storia.
Christopher Nolan non è David Lynch, e questa affermazione non vuole essere sminuente nei confronti di Nolan, ma serve unicamente come marcatore per delineare i due modi diametralmente opposti di avventurarsi nel tema del sogno. Per Lynch il sogno è onirismo, è il linguaggio magico di un mondo che trascende l’essere, e si avventura nell’ignoto. Per Nolan, il sogno è psicologia, è un mondo che sprofonda all’interno, è il luogo dell’uomo, è la cattedrale dove la nostra mente è padrona e schiavo, è razionalità irrazionale, e la magia è inganno.

Tra le lamentele più frequenti che ho sentito riguardo la visione del film, quella che mi ha colpito di più riguarda la presunta complessità della pellicola, ma in merito a questo, credo ci sia stato un errore di valutazione. Inception non è un film complicato, Inception è un film articolato, perché la sua bellezza è nel meccanismo, e per apprezzarla è necessario dedicargli attenzione.
Un altro punto che vorrei focalizzare, è la scelta di ingannare lo spettatore (attenzione, spoiler). Il finale consegna il giudizio allo spettatore: vero o falso?
Sembra rinunciare alla responsabilità di marcare una linea netta tra sogno e realtà. Fissando quella trottola che gira e che non saprai mai se si fermerà o meno, la mente è paralizzata su quel problema; ma sarà nella realtà o nel sogno? A mio avviso questo è un falso problema, uno specchietto per le allodole che serve a ingannare lo spettatore dal vero significato delle immmagini(la promessa, la svolta e il prestigio), mentre la verità sta altrove. Una messinscena che si è protratta per tutto il film, che dall’inizio alla fine non ha fatto altro che mettere in atto un sogno, senza mai sfociare veramente nella realtà.
Tutto quello che abbiamo visto è un sogno, Cobb non si è mai risvegliato dal suo limbo, come può essere la trottola il suo totem, se era il totem di sua moglie? Come faceva Mr. Saito a conoscere le parole di sua moglie? Perché i suoi figli non sono cresciuti? Perché sono nella stessa posizione in cui li ricordava, con gli stessi vestiti? L’unica risposta che mi viene in mente, è che tutto, fin dalle prime immagini, è frutto di un sogno. Cobb vive prigioniero del suo limbo, e tutto quello che abbiamo visto è il suo immaginario desiderio di redenzione, di poter dire: finalmente sono tornato a casa. 

L.

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