Era più o meno a metà degli anni settanta. Io ero appena un bambino, rintanato dietro un pino con il cuore che picchiava come il campanaccio di una vacca, mentre cercavo di soffocare il respiro con le mani, e l’odore della corteccia si strofinava violentemente dentro le narici.
Nell’appezzamento di terra di rimpetto al bosco, c’era un uomo magro e curvo con una camicia a quadri, sudicia, un naso adunco messo in ombra da un cappello da alpino privo della penna. Stringeva un manico in legno di un mazzotto, o di una scure, ma senza lama e senza ferro. Intorno a lui erano annegate in un sottobosco di piume e sangue, i resti di sei o sette galline. Annichilito in un angolo c’era un enorme pastore tedesco, che raggomitolato in un angolo lanciava uno sguardo languido e colpevole al suo padrone.
L’aria era molto tesa. Carica di rabbia. L’uomo urlò una decina di comandi in tedesco, poi si avventò con ferocia sull’animale. Pestandolo a sangue. Io chiusi gli occhi e scappai, mentre alle mie spalle si incollavano guaiti colmi di disperazione che non mi avrebbero abbandonato per tutta la nottata.
Il giorno seguente domandai a mia zia perché il cane lupo non si era ribellato, perché avesse permesso ad un uomo come quello di bastonarlo. Lei mi rispose semplicemente che il cane sapeva di aver sbagliato, e quella era la punizione che meritava.
Andava così tra cani e padroni, tra uomini e bestie.
Quando ripenso a quel fatto non posso che associarlo alla politica, quella di oggi, a tutto il male che ci facciamo, affidandoci a personaggi privi di orizzonti. Ascolto, leggo, guardo, e mi domando perché, perché nessuno si ribella?
Se mia zia fosse stata ancora qui, mi avrebbe risposto con la consueta ferocia contadina che la tratteggiava.
Vedi, mi avrebbe detto, è così che funziona tra padroni e cani.

Annunci